Operazione B.G.6 – Baia di Gibilterra 6

Ernesto NOTARI

Ernesto NOTARI

SLC 1
Ario LAZZARI

Ario LAZZARI

SLC 1
Camillo TADINI

Camillo TADINI

SLC 2

Salvatore MATTERA

Salvatore MATTERA

SLC 2
Vittorio CELLA

Vittorio CELLA

SLC 3
Eusebio MONTALENTI

Eusebio MONTALENTI

SLC 3

Decorazioni assegnate

Ernesto NOTARIMedaglia d’Argento al Valore MilitareRIENTRATO
Ario LAZZARIMedaglia d’Argento al Valore MilitareRIENTRATO
Camillo TADINIMedaglia d’Argento al Valore MilitareRIENTRATO
Salvatore MATTERAMedaglia d’Argento al Valore MilitareRIENTRATO
Vittorio CELLAMedaglia d’Argento al Valore MilitareRIENTRATO
Eusebio MONTALENTIMedaglia d’Argento al Valore MilitareRIENTRATO

Testo ed immagini a cura di Marino Tadini, figlio della M.A.V.M. CAMILLO TADINI

La guerra nel Mediterraneo nel 1943

Il 1943 risulta essere un anno particolarmente difficile della guerra del Mediterraneo e ad ogni giorno che passava s’aggravava la situazione italo-tedesca in questo vitale teatro operativo della seconda guerra mondiale. Il 1° maggio del 1943 il C.F. Ernesto Forza lasciò il comando della Xa Flottiglia MAS che deteneva dall’autunno del 1941. A sostituirlo venne chiamato il Comandante Borghese che si prodigò nell’organizzazione dei suoi uomini con l’obiettivo di alleggerire la enorme superiorità degli anglo-americani sul mare.

L’imminente capitolazione delle Armate dell’Asse in Tunisia e la preponderanza aerea e navale nel Mediterraneo degli Alleati non scoraggiarono in quel periodo gli uomini della Xa decisi a portare sempre ed ovunque l’offesa contro il naviglio nemico.

Lo sfortunato attacco dell’Operazione B.G.5 dell’ 8 dicembre 1942 partito dal ventre di  nave Olterra, che era costato le dolorose perdite dei caduti Visentini, Magro e Leone e dei prigionieri Manisco e Varini (solo Cella riuscì a rientrare), aveva dimostrato che le contromisure di difesa attuate dagli inglesi rendevano assai rischiosi i tentativi contro le navi da guerra alla fonda nel porto di Gibilterra. Quindi era da un lato necessario non votare al sicuro sacrificio altri operatori e da un altro appariva di vitale importanza colpire le navi mercantili che traportavano mezzi e rifornimenti alle Armate alleate impegnate nella completa occupazione del Nord Africa.

Si ricostituisce la Squadriglia dell’Orsa Maggiore

Dall’Italia, ricorrendo ai soliti stratagemmi, si provvide a far giungere ad Algesiras sulla nave officina Olterra i mezzi smontati e tutte le attrezzature subacquee  mentre in Italia, alla Casina delle Bocche del fiume Serchio, si stava ricostituendo, dopo le dolorose perdite dell’azione precedente, il gruppo degli operatori della squadriglia dell’ “Orsa Maggiore”.

7/8 maggio 1943 – Operazione B.G.6: Molti erano i carghi nella rada di Gibilterra ed il CC E. Notari, comandante della «Squadriglia dell’Orsa Maggiore» decise di attaccare i piroscafi carichi, nonostante fossero i più difesi essendo più vicini al porto militare, e più lontani da Algesiras in modo da allontanare ogni sospetto inglese sulla provenienza dell’assalto.

La pirocisterna Olterra ormeggiata ad Algeciras

L’Olterra al suo posto d’ormeggio nel porto di Algeciras

Foce Serchio, la casina di caccia

La Casina di Caccia di Bocca di Serchio

L’operazione B.G.6

Nella notte del 7 maggio, con nell’animo anche il desiderio di vendicare ed onorare i caduti della precedente missione, tre «maiali» comandati dal C.C. Ernesto NOTARI e Sc. Pal. Ario LAZZARI,  dal Ten. AN Vittorio CELLA e Sc. Pal. Eusebio  MONTALENTI e dal Ten. DM Camillo TADINI e Sc. Pal. Salvatore MATTERA e lasciarono l’Olterra muniti di teste doppie e di alcuni “bauletti” ciascuno. L’azione venne effettuata mentre era in corso una burrasca nell’area di Gibilterra: ciò consentì che i «maiali» sebbene ostacolati da una forte corrente (Tadini doveva tentare 6 volte l’attacco, prima di riuscirvi) non fossero assolutamente scoperti dalla vigilanza britannica. Superate tutte le difficoltà della strettissima sorveglianza nemica e delle condizioni del mare i valorosi assaltatori italiani minarono tre piroscafi.

Le cattive condizioni del tempo, se da un lato favorirono il mancato avvistamento degli incursori, dall’altro ne rallentarono la navigazione, tanto che solo la metà delle cariche disponibili potè essere collocata.

Notari/Lazzari attaccarono fissando in carena una testata ed un “bauletto” rientrando con il mezzo nell’Olterra alle 03.45 dell’8. Cella/Montalenti collocarono la loro testata sotto la carena del naviglio a loro assegnato rientrando alle 02.15. Tadini/Mattera riuscirono a fissare una testata ed un “bauletto” alla carena dell’obiettivo rientrando alle ore 04.15.

Nonostante l’età, Tadini (di 22anni) ed il suo secondo Mattera (20) erano uomini molto prudenti. Gli inglesi, ed in particolare Lionel Crabb, comandante degli uomini rana inglesi, temevano tantissimo qualche sortita e gli spionaggi erano all’erta. Prevedendo un attacco tramite un sommergibile, come lo Scirè, le motovedette inglesi percorrevano il tratto tra il posto dov’erano le navi alla fonda ed Algeciras, gettando bombe di profondità ad intervalli regolari. Nel rientrare dopo aver avviato le spolette, visto che il suo maiale rispondeva finalmente bene ai comandi, Tadini decise di non percorrere per cautela la linea diretta in direzione di Algesiras ma di fare un ampio arco col mezzo semisommerso. Infatti rientrò alla base per ultimo alle 04.15 quando tutti temevano fosse accaduto qualcosa.

Una lotta contro tutte le avversità

Per dare l’idea delle difficoltà incontrate sempre dagli equipaggi dei «maiali» nel corso degli attacchi durante i quali dovevano fare i conti con la vigilanza nemica, con le condizioni del mare, le correnti e con gli inconvenienti tecnici dei semoventi (i quali, malgrado gli sforzi compiuti per eliminare ogni possibilità di avaria in navigazione, erano pur sempre delicati ordigni subacquei difficili da manovrare e sempre suscettibili ad un possibile arresto) segue uno stralcio del rapporto di Tadini:

vengo a quota occhiali: sono molto a poppavia della nave. Risalgo la corrente in terza tacca, in immersione. Ritento l’attacco più verso poppa della nave e non trovo la carena. Ripeto ancora la manovra per la terza volta: punto a proravia della nave ed attacco in seconda tacca quota 4 metri. Sono quasi sicuro di toccare. Mentre navigo sento la motovedetta che mi passa sulla testa a velocità molto ridotta. Temo che veda la mia fosforescenza ed appesantisco l’apparecchio. Superati i 7-8 metri esso comincia a precipitare. Soltanto a 25 metri riesco a riprenderlo, dopo aver dato aria in pieno ed essere passato in quarta tacca. L’apparecchio è quasi verticale: scarico un po’ alla volta l’aria per non venire in superficie. Ritorno a quota occhiali e mi accingo ad una nuova manovra di attacco che spero più fortunata. L’attacco riesce bene. Fatto il collegamento il mio secondo uomo passa al distacco della testa. La corrente mi stacca l’apparecchio da sotto le gambe. Devo fare uno sforzo notevole di gambe e di braccia per tenerlo. Distaccata la testa ed avviate le spolette mi porto con l’apparecchio a poppa della nave e faccio applicare da Mattera un bauletto con spolette a tempo all’aletta di rollio di sinistra. Lascio la carena, mi allontano e vengo a quota occhiali. E’ già tardi e prendo la via del ritorno alternando navigazione in superficie e navigazione subacquea, data l’attiva ricerca fatta dal nemico mediante riflettori. A mezza strada tanto io che Mattera cambiamo l’autorespiratore. Alle 04.15 giungo alla nave appoggio”.

Operazione B.G.6: un successo

Tutti e tre gli S.L.C. rientrarono così nella pancia dell’Olterra. Tutte le cariche esplosero regolarmente tra le 06.15 e le 07.30 sotto gli obiettivi: erano il «Pat Harrison» 7 .000 tsl, il «Mahsud» 7.506 tsl, e il «Camerata» 4.875 tsl. Per evitarne la completa sommersione i piroscafi vennero rimorchiati su bassi fondali davanti alla città spagnola di La Linea.

Camillo Tadini - Salvatore Mattera
Camillo Tadini ed Salvatore Mattera a bordo del loro "maiale"

I tre equipaggi furono decorati con MAVM sul campo:  quasi 20.000 tonnellate di naviglio affondato. MISSIONE RIUSCITA.

Al rientro in Italia i sei operatori, dopo un periodo di meritato riposo a casa, tornarono alle foci del Serchio per prepararsi a nuovi cimenti ed “avventure”.

Una per tutte la motivazione della MAVM sul campo di Tadini:

Volontario dei Mezzi d’ Assalto della Marina, dopo lungo estenuante addestramento partecipava ad ardita azione d’attacco a naviglio in rada nelle acque di lontana base navale, provocando gravi perdite di naviglio da trasporto all’ avversario. Rientrava alla base per prepararsi a nuovi cimenti, esempio di slancio, coraggio e fermezza“.

Gibilterra, 8 maggio 1943.

Per saperne di più

I MEZZI D’ASSALTO
Ufficio Storico della Marina Militare

I mezzi d'assaltoNelle pagine di questo volume è racchiusa la storia della preparazione dei mezzi d’assalto e quella delle loro azioni nel corso della seconda guerra mondiale.

E’ una storia che trova la sua genesi e la sua ispirazione negli episodi memorabili della prima guerra mondiale, molte delle idee che dettero origine alle azioni di RIZZO, GOIRAN, PAOLUCCI, ROSSETTI, PELLEGRINI, furono riprese, perfezionate, sviluppate dando luogo alla concezione sempre più ardita di metodi e sistemi di attacco e quindi alla creazione di mezzi sempre più ingegnosi e progrediti.

E’ la storia dell’eroismo portato alla sua più alta espressione: quello che si matura non nel calore dell’azione, ma nella cosciente ferrea preparazione, nella fredda determinazione, nella tenace volontà di portare a fondo, ad ogni costo, la missione assegnata.

E’ una storia che ogni marinaio, ogni italiano, deve leggere, ma che mi auguro abbia larga diffusione tra i giovani d’Italia che in queste pagine troveranno insegnamento, ispirazione, esempio, e soprattutto dimostrazione palpitante di amor di Patria.

E’ una storia che fa onore alla Marina e all’Italia, gloria sempre a tutti quelli che la resero possibile colo loro valor e colo loro sacrificio.

Il C.S.M. della Marina Amm. di Squadra Ernesto GIURATI

Ernesto Notari ed Ario Lazzari si apprestano ad una immersione su un SLC

Dal rapporto di missione di Ernesto NOTARI

[…] Verso le 00.40, a circa 200 metri di distanza, ho iniziato la manovra di avvicinamento ad un grosso piroscafo a due alberi ed un fumaiolo, con sprastruttura centrale e due cannoni: uno a prora e uno a poppa.

Detto piroscafo era alla fonda all’altezza di Punta Mala, circa un miglio più a levante del primo bersaglio che mi ero prefisso. Alla distanza di circa 40 metri da suo traverso, che a quota occhiali avevo raggiunto con difficoltà risalendo la corrente a bassa andatura, ho messo la prora decisamente contro il bersaglio, immergendomi alla profondità di 4 metri per andare ad urtare la carena. Dopo qualche minuto, non essendosi verificato l’urto, sono ritornato quasi in superficie e, mettendo la testa un istante fuori d’acqua, mi sono accorto di avere oltrepassato il bersaglio al quale ero certamente passato di poppa a causa della corrente. […]

[…] Fallita la prima manovra di attacco, ho ripreso quota allontanandomi verso Sud. Dopo aver percorso un ampio cerchio ed aver risalito di nuovo la corrente, sono ritornato all’attacco dirigendo verso la prora anziché verso il centro dello scafo.

Questa volta l’urto contro la carena si è verificato regolarmente e, subito dopo, sono riuscito ad afferrrare l’aletta di rollio di sinistra a mezzo metro circa dall’estremità poppiera. Pure questa volta la corrente mi aveva fatto scadere e per un vero caso non ho mancato anche questa seconda manovra di attacco. La posiszione raggiunta non era quella ideale per fare il collegamento ma, dato che la corrente minacciava di distaccarmi dall’aletta, ho fatto subito ormeggiare l’apparecchio dal mio secondo uomo mediante l’applicazione di un “sergente” all’aletta di rollio.

Qualche istante dopo, essendo l’apparecchio completamente traversato alla corrente, io e Lazzari siamo stati costretti a lasciare l’aletta di rollio, alla quale rimanevamo però collegati mediante la cima dell’ascensore assicurata al “sergente” già fissato.

Dopo che si erano svolti circa 10 metri di cima, io e il mio secondo uomo siamo riusciti con grande sforzo a fermare l’apparecchio ed a riportarlo sotto l’aletta di rollio, orientato nel senso della corrente.

In questa condizione, dopo aver mollato il “sergente”, siamo riusciti a risalire la nave navigando sotto l’aletta in terza tacca. Quando ho giudicato di essere giunto circa a metà lunghezza della nave, ho fatto fissare di nuovo il “sergente” e, mettendo la prora molto inclinata verso la corrente, ho iniziato l’attraversamento della carena raggiungendo regolarmente l’altra aletta di rollio.

Alle 01.00 il collegamento era stabilito. Qualche minuto dopo, la prima mezza testa veniva fissata a metà collegamento in corrispondenza della chiglia ed alle 01.15 si avviavano le due spolette.

Successivamente, ho mandato Lazzari a prora lungo l’aletta di rollio di sinistra per applicare il bauletto. Dopo cinque minuti circa, il mio secondo uomo ritornava, riferendomi di avere fatto tutto regolarmente e di avere avviato la spoletta alle 01.20. […]

Dal rapporto di missione di Vittorio CELLA

[…] Arrivato a circa 20 metri di profondità, non essendo riuscito a far partire il motore dò aria e, non potendo più frenare l’apparecchio che sale, vengo a galla sotto il bordo del bersaglio. Sono così costretto, dopo inutili sforzi, a innestare la massima velocità per riportarmi nella zona delle alette di rollio. Finalmente riesco a raggiungere l’estremità di poppa dell’aletta di dritta, Mi porto al centro ed eseguo il collegamento, reso anche questo molto arduo dalla corrente. Attacco la testa, quindi mi porto all’estremità di prora della letta di sinistra e attacco il bauletto. Avvio la spoletta delle testa alle ore 01.20 circa, quella del bauletto qualche minuto dopo.

Noto un aumentare improvviso nell’intensità e nel numero delle bombe di profondità; sento la motovedetta che si avvicina e si affianca al mio bersaglio e vedo la luce del suo proiettore che illumina il fianco sinistro del “Liberty”. Mi allontano con l’intenzione di sottrarmi dalla zona sorvegliata per il sospetto di essere stato sentito. L’apparecchio è molto pesante di poppa. Tento due volte di venire a galla ma, quando sto per emergere mi colgono due bombe in profondità, le più forti di quelle avvertite nel corso dell’operazione e, credendo di essere seguito, continuo per rotta Sud per circa mezz’ora dal momento che ho lasciato il bersaglio. […]

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