Operazione B.G.7 – Baia di Gibilterra 7

Ernesto NOTARI

Andrea GIANOLI

Camillo TADINI

Salvatore MATTERA

Vittorio CELLA







Il Comandante Notari un giorno raccontò: “”7-8 maggio 1943: appena rientrati ci hanno appuntato la medaglia d’argento sul campo. E l’ammiraglio Riccardi ci ha detto:
«State pronti, perché dovete tornare per nuove missioni»
Eravamo pronti, altroché. Siamo tornati sull’Olterra e abbiamo rifatto il nostro attacco la notte del 3-4 agosto 1943, stessa tecnica, stesse difficoltà, analogo risultato. Gli Inglesi capirono tutto solo dopo la guerra, quando trovarono la nostra base dopo aver preso l’Olterra. Con tutto il loro Secret Service non avevano mai capito nulla di quanto gli italiani, di solito così chiacchieroni, erano riusciti a fare per anni nel più assoluto segreto, a pochi passi da una grande base britannica come Gibilterra … Ma sa, noi eravamo la “Squadriglia dell’Orsa Maggiore“.
Con mare calmissimo ed una vivida forforescenza dell’acqua che rendeva pericolosa la navigazione di avvicinamento dei semoventi alla zona di ancoraggio dei piroscafi, i tre “maiali” si apprestarono a fuoriuscire dal varco praticato sul fianco dell’Olterra:
Coppia Notari/Gianoli: uscirono alle 22.53 e diressero verso una nave di tipo Liberty alla fonda in rada. Dopo che la carica fu piazzata il “maiale” precipitò verso il fondo e Gianoli perse il contatto. Notari con grande difficoltà di respirazione e di lucidità a causa delle manovre estreme, riuscì comunque a riportare il semovente in superficie ed a rientrare verso l’Olterra mentre Gianoli fu fatto prigioniero.
L‘esplosione della carica provocò l’affondamento del bersaglio, il piroscafo statunitense Harrison Gray Otis di 7.175 tsl.
Coppia Cella/Montalenti: uscirono dall’Olterra alle 23.55. Alle 01.30 del 4 attaccarono la nave cisterna norvegese Thorshovdi da 9.944 tsl.
Coppia Tadini/Mattera: uscirono dall’Olterra alle 23.16. Appena furono in superficie, a quota occhiali, i due operatori notarono che i riflettori della Rocca sciabolavano con i loro fasci luminosi la zona portuale e parte della rada. Le motovedette inglesi incrociavano un pò dappertutto e frequente fu il lancio di bombe di profondità. Un solitario aereo sorvolava la rada a bassa quota. Tadini diresse con prudenza verso la zona di ancoraggio di alcuni mercantili neutrali e quindi iniziò la manovra d’attacco. La vittima designata venne minata con azione rapida e precisa. Alle 01.45 la testa del “maiale” fu staccata e le spolette furono avviate. La missione è riuscita, non rimane che fare un buon disimpegno e rientrare.
Si legge nel rapporto di Tadini: “mi sfilo dalla prora della nave e navigo in immersione rotta Ovest, quota 10 metri. Dopo 20 minuti passo a quota 5 metri. Continuo a navigare finchè non sento l’apparecchio strisciare sul fondo. Fermo allora l’apparecchio e vengo a galla con l’ascensore. Mi trovo già fuori zona di sorveglianza nemica. Ritorno sul fondo, porto in superficie l’apparecchio e prendo la rotta del ritorno… Arrivo alla base alle 04.10 mentre sta scoppiando la carica di Cella“.
Alle 04.10 puntualmente esplose la carica applicata da Cella sotto la carena della petroliera norvegese Thorshovdi (9.944 tsl) che affondò spezzata in due tronconi. Alle 05.10 esplose la carica di Tadini sotto il piroscafo Stanridge (5.975 tsl): un’alta colonna di d’acqua e vapore si sollevò nella rada in allarme. Alle 05.45 esplose infine la carica di Notari sotto il Liberty americano Harrison Gray Otis (7.175 tsl).
Dopo l’ultimo scoppio, come al solito, gli altri mercantili scampati all’attacco salparono e misero in moto navigando su bassi fondali. MISSIONE RIUSCITA.
Bilancio: tre “maiali”, in due missioni (BG6 e BG7) colarono a picco circa 50.000 tonnellate di naviglio mercantile nemico destinato ad operazioni di guerra. Queste si aggiunsero all’attivo della X^MAS elevando il totale del naviglio militare e mercantile danneggiato od affondato ad oltre 200.000 tonnellate.
Gli operatori furono decorati con Medaglia d’Argento al VM sul campo per la seconda volta dopo la precedente missione riuscita B.G.6 dell’ 8 maggio ’43.
Una per tutti la motivazione della MAVM sul Campo di Tadini: “Operatore di Mezzi d’ Assalto della Marina partecipava, per la seconda volta a breve distanza di tempo da precedente analoga missione, ad attacco contro naviglio in rada nelle acque di lontana base navale, raggiungendo il successo con l’affondamento di alcune navi da trasporto. Esempio di tenacia, ardimento e dedizione alla Patria“.
Gibilterra, 4 agosto 1943
Riportando il testo da “Torpedini Umane contro la Flotta Inglese” di Arnaldo Cappellini: “Alle 6 gli operatori scesero a terra. “Addio amici – dissero alle guardie spagnole – andiamo in licenza”. Alle 7 come convenuto arrivò l’automobile. Mentre correvano verso Madrid, costeggiando lo Stretto, videro aerei che volteggiavano bassi sul mare alla ricerca del sommergibile. Alcuni rombavano sopra la macchina e certamente i piloti li vedevano. Proprio là erano gli assalitori, gli arditi del mare che invano essi cercavano tra le onde e che correvano sulla strada che li portava in Patria. La rada di Gibilterra, lontana in fondo, era tutta nera di nafta. Alle 12 il Comando spagnolo ordinò che nessuno scendesse più dall’ Olterra.
Doppio fondo, confine, quindi Bordeaux e dalla Base Atlantica in Italia. Così si concluse l’avventura inimmaginabile di pochi uomini ardimentosi i quali, nel cuore della più custodita base inglese, portarono più volte l’offesa, invano ricercati e braccati dal nemico, guardandoli anzi in viso da un innocuo disprezzabile piroscafo messo a galla dopo tanto abbandono. E pochi giorni dopo gli uomini dell’ “Orsa Maggiore”, i loro compagni, tutti gli altri che avevano osato cose impossibili, saranno accolti in Patria da un annuncio funesto il quale dirà che è tutto era stato inutile, che il loro rischio ed il sacrificio dei migliori erano stati sommersi dalla sconfitta“.
Torpedini umane contro la flotta inglese – Arnaldo Cappellini
Scritto nel 1947 da Arnaldo Cappellini, corrispondente di guerra che già scrisse uno dei primissimi libri “riassuntivi” sulle vicende della Regia Marina, questo libro traccia la storia segreta della X Flottiglia MAS dalle origini fino all’8 settembre 1943: una storia di ardimenti, di sacrifici e di strumenti innovativi pazientemente studiati. Molti episodi non sono menzionati perché all’epoca della pubblicazione del libro erano ancora coperti dal segreto. Interessante la testimonianza “a caldo” di Elios Toschi.
La classica manovra di attacco prevedeva che, dopo essere giunti a contatto con lo scafo, il “secondo” fissasse due “sergenti” alle alette di rollio del bersaglio (una per lato) e quindi stendesse una cima tra le alette di rollio sulla quale appendere la testa esplosiva. Nella pratica questa procedura spesso era resa complicata da una serie di difficoltà a cui erano sottoposti gli equipaggi degli SLC che qui vogliamo rappresentare pubblicando il rapporto di missione di Notari.
[…] Dopo aver fallito il primo tentativo di portarmi sotto al bastimento prescelto per l’attacco, mi riportai cautamente al traverso sinistro della nave e mi immersi nuovamente ad una distanza di circa 80 metri. Quindi navigando in seconda tacca alla profondità di 4 metri, arrivai ad urtare contro la carena del piroscafo e, dopo aver agguantato l’aletta di rollio iniziai la manovra di attacco vera e propria. Il secondo, Gianoli, fissò rapidamente il primo “sergente” all’aletta di rollio mentre io mantenevo in assetto il “maiale”.
Appena raggiunta l’altra aletta di rollio, Gianoli vi fissa subito il secondo “sergente” senza però fissare la cima di collegamento. Non riuscendo a spiegarmi il motivo di questo ritardo, cerco di chiedergliene la ragione ed egli mi fa capire di aver perduto l'”ascensore” con la cima di collegamento durante l’attraversamento della carena. Avendo io la maschera piena d’acqua e non giudicando possibile effettuare un secondo collegamento, ordino al mio secondo uomo di attaccare la testa sotto all’eletta di rollio. Dopo avermi aiutato a disporre l’apparecchio sotto l’aletta per chiglia, il mio secondo uomo inizia il lavoro di distacco della testa. Mi accorgo che, dopo aver svitato la braga, Gianoli incontro difficoltà a liberare la testa e poiché, per far questo, egli esercita con le due gambe una notevole forza contro l’apparecchio, a un certo istante questo viene spinto violentemente fuori aletta. L’apparecchio, con assetto leggero, tende a venire in superficie ed io riesco a trattenerlo a stento stringendo fortemente le gambe, tenendomi con la mano destra e con la punta del piede all’aletta di rollio. D’altra parte, preferisco non appesantire l’apparecchio dovendo per fare questo provocare uno scarico d’acqua che potrebbe essere osservato da bordo del piroscafo. Per riportare l’apparecchio sotto l’aletta, esercito uno sforzo eccessivo che alla fine viene coronato da successo. Appena sotto l’aletta, mi accorgo di essere al limite della mia resistenza fisica. Avendo la maschera piena d’acqua, non posso neanche chiedere a Gianoli se ha già fissato la testa al “sergente” e se ha avviato le spolette. Sono poi molto stanco per lo sforzo esercitato per riportare l’apparecchio sotto aletta e distinguo le cose molto confusamente.
Fase 1 – attacco
Fase 3 – affiancamento
Fase 5 – fissaggio dei “sergenti” alle alette di rollio
Fase 7 – esfiltrazione
Fase 2 – contatto
Fase 4 – presa della aletta di rollio
Fase 6 – rilascio della carica esplosiva e spolettamento
Fase 8 – ripiegamento
Mi sembra di capire che il mio secondo uomo, che lavora in prossimità della testa già fissata, stia avviando le spolette. Facendo questo, Gianoli si appoggia di nuovo con i piedi all’apparecchio e, all’improvviso, mi spinge per la seconda volta fuori aletta. È questo il momento in cui perdo il mio secondo uomo.
Ancora una volta tento di arrestare l’ascesa dell’apparecchio ma senza successo, poiché le forze mi hanno quasi completamente abbandonato. Alla quota di 2 metri, per evitare di arrivare in superficie a pallone, allago la rapida riuscendo così a fermare l’apparecchio prima che esso arrivi in superficie. Durante la successiva fase di discesa, mi accorgo della presenza fuori bordo di una rete di ferro spinato a maglie quadre. Per fortuna, riesco a tenerla lontana da me con le mani, senza che essa urti contro il mio vestito. Un po’ distratto dalla presenza di questa rete, non mi rendo contro che l’apparecchio comincia a precipitare e, solo dopo aver superato i 20 metri di profondità, mi rendo contro del pericolo cui vado incontro. Man mano che l’apparecchio scende, vengo preso da un senso di soffocamento, accentuato dalla presenza di acqua nella maschera. […]
[…] Poco dopo l’apparecchio incomincia a salire, acquistando sempre maggiore velocità ascensionale. Io che mi sento soffocare, non vedo l’ora di giungere in superficie e, pertanto, non eseguo alcuna manovra che possa arrestare la salita dell’apparecchio. Fra l’altro sono stordito e non penso neanche al pericolo cui vado incontro urtando eventualmente la testa contro la carena. A circa 10 metri dalla superficie, a causa della forte espansione dell’ossigeno nel sacco, maschera e boccaglio mi saltano via ed ingoio un po’ d’acqua. Qualche istante dopo arrivo in superficie provocando molto rumore. Sono a circa 50 centimetri dal bordo sinistro della nave, poco a proravia della plancia. Essendo stordito, non penso assolutamente al rischio che corro rimanendo in quel posto e, non avendo in quel momento altro desiderio che quello di poter respirare a pieni polmoni mi tolgo anche lo stringinaso. Dopo circa 5 minuti, grazie all’aria fresca della notte ed allo spruzzo dell’acqua sul viso, avendo riacquistato un po’ di lucidità di mente, penso di lasciare al più presto quella pericolosa posizione. Non avendo più alcuna intenzione di immergermi, decido di tentare l’avvicinamento alla costa spagnola in superficie ma, anche questa volta, manovro il reostato di avviamento senza che il motore parta.
Tento allora la manovra di rispetto, la 5a tacca, che per fortuna funziona regolarmente determinando l’avviamento del motore al massimo numero di giri. Alle 03.20, dopo circa 90 minuti di imprudente ma fortunata navigazione in superficie, raggiungo l’OLTERRA, dove con l’aiuto di una cima e immergendomi per qualche minuto, riesco a far entrare l’apparecchio nell’apposita apertura subacquea praticata sull’opera viva della nave. A bordo trovo la coppia Cella-Montalenti che è rientrata alle 02.25. […]
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