Premessa
Per gentile concessione dei nipoti Matteo ed Edoardo (nostri Soci), siamo venuti in possesso di un vecchio numero della rivista “Historical Diving Times”, il 44 pubblicato nell’estate del 2008.
La rivista, esattamente a partire dalla pagina 13, dedica 6 pagine alle memorie che il Gamma Vago Giari, decorato con 2 MAVM per le azioni a Gibilterra, aveva inviato al suo amico Sidney Knowles, ex “uomo rana” della Royal Navy durante la Seconda guerra mondiale.
L’articolo, ovviamente in lingua inglese, è stato tradotto dall’originale testo in lingua italiana da un maltese di nome Joseph Gatt.
Vogliamo riproporre questo importante documento con un avvertimento: la doppia traduzione dall’italiano all’inglese e dall’inglese all’italiano non aiuta, quindi vi chiediamo di pazientare su alcuni errori che sicuramente ci saranno rispetto al testo originale (di cui non disponiamo).
Esperienze di un “sabotatore navale” italiano
Abbiamo sentito parlare per la prima volta dell’ “uomo rana” italiano della Seconda Guerra Mondiale Giari Vago in un articolo scritto da Sydney Knowles sulle sue esperienze belliche italiane con il comandante Crabb. Jimmy si immergeva a Gibilterra per rimuovere le “bombe” attaccate agli scafi delle navi alleate, mentre Giari le piazzava lì. Poi, dopo l’armistizio italiano del settembre 1943, i due finirono per lavorare insieme alle missioni subacquee e divennero grandi amici (vedi HDTimes n. 41).
HDS Italia aiutò Sydney a mettersi nuovamente in contatto con Giari, che gli inviò un “memorandum” personalizzato delle sue esperienze. Sydney ne fornì una copia all’HDTimes, noi chiedemmo se potevamo pubblicarlo e Sydney ottenne finalmente il permesso tramite la nipote di Giari. È questo memorandum che riproduciamo qui, gentilmente tradotto dall’originale italiano da un amico maltese, Joseph Gatt. Alcune parole dell’originale italiano, insieme a parole di spiegazione, sono state messe tra parentesi. A parte qualche piccola modifica, il resto del testo è rimasto come Giari l’ha scritto. È una lettura affascinante.
Le sei missioni di guerra del Sergente Sommozzatore Vago Giari
Decorato con due Medaglie d’Oro per il suo valore
Al mio caro amico Jimmi Knowles*
Con affetto
Giari Vago
(* Sydney Knowles ha spiegato: ‘La ragione per cui mi chiamava “Jimmy” è che trovava un problema con il nome Sydney e dato che il mio secondo nome è James e poteva essere abbreviato in “Jimmy”, rendeva le cose più facili e amichevoli’)
Nel luglio 1940 mi sono arruolato volontario, prima di essere chiamato in servizio, nel Gruppo Palombari.
A dicembre, il 12 per l’esattezza, mi fu chiesto di recarmi nella città di Spezia dove, insieme ad altri, fui sottoposto a un’accurata visita medica. Su 21 uomini esaminati solo 11 furono selezionati e con mia grande soddisfazione ero uno di loro. Dopo 10 giorni a La Spezia prestai giuramento e fui inviato all’Accademia Navale di Livorno per seguire il corso sommozzatori.
Alla fine del corso ne feci un altro per diventare istruttore subacqueo, dopodiché fui scelto per andare a Palermo per il recupero della motosilurante Daldo che era affondata nel porto. Arrivai nell’ottobre del 1941 e trovai tre colleghi ad aspettarmi. All’inizio il lavoro fu piuttosto difficile, non solo per il lavoro in sé, ma anche perché dovevamo lavorare tra i morti affondati con la nave. A quei tempi gli allarmi antiaerei erano continui, anche se molti erano falsi. Tuttavia, è stato così, durante un’incursione in cui furono sganciate bombe, il rimorchiatore d’altura Salvatore Primo fu affondato. Ci vollero quattro mesi di lavoro, ma alla fine recuperammo sia la torpediniera che il rimorchiatore d’altura.
Nel febbraio 1942 tornammo all’Accademia Navale di Livorno e dopo qualche giorno fummo chiamati dal nostro comandante che ci consegnò, a nome del Ministro, un premio in denaro e ci elogiò per il lavoro svolto.
Successivamente fui nuovamente chiamato dal comandante e mi chiese se volevo entrare a far parte del gruppo dei Sabotatori Navali. Accettai e, dopo aver imparato tutti i trucchi del sabotaggio, il 10 giugno 1942 fui inviato al nostro Comandante supremo a La Spezia, dove ci furono dati gli ordini e partimmo per quella che sarebbe stata la nostra prima missione…
La mia prima missione
Era il 13 giugno 1942 quando, insieme ad altre due persone, salii su un treno diretto a Bordeaux (Francia) dove avrei iniziato la mia prima missione di guerra. Due ore prima della partenza eravamo stati chiamati nell’ufficio del Principe Borghese per farci vedere come funzionano le piccole mine (mignatte), poi ci augurò un successo in azione e ci diede una lettera da consegnare al Comandante italiano a Bordeaux.
Una volta arrivati, un camion ci portò alla Base sottomarina atlantica di quella città. In seguito fummo lasciati liberi dalla mattina alla sera, anche se dovevamo rimanere all’interno del complesso del Comando Supremo. Poi, dopo qualche giorno, fummo chiamati al cospetto di un ammiraglio di cui ho dimenticato il nome. Dopo aver indossato abiti civili, come ordinato dal principe Borghese, poiché dovevamo recarci in Spagna, qualche giorno dopo ci trovammo in un’auto guidata da un tedesco che ignorava sia la nostra destinazione che la nostra impresa. Al comando c’era il capitano Marino che viaggiava con noi.
Partimmo alle 13:00 e prima delle 17:00, dopo aver fatto una sosta in aperta campagna per mangiare qualcosa, il nostro capitano ci spiegò che erano stati presi accordi per farci incontrare un contrabbandiere, che era stato pagato 60.000 lire dal governo italiano per guidarci attraverso i Pirenei. Il contrabbandiere arrivò poco dopo e, verso le 17:30, partimmo mentre il Capitano e l’autista tornavano indietro. Prima di partire, però, il Capitano ci raccomandò di seguire la guida senza fare domande.
Percorremmo con attenzione gli stretti sentieri e anche al di fuori di essi, per non essere scoperti dalle pattuglie tedesche, e verso le 22:00 arrivammo in un villaggio, nel quale non entrammo perché dovevamo essere prudenti. Guardandoci dritto negli occhi, la nostra guida ci disse: “Aspettatemi qui, tornerò presto”. Non sapevamo cosa fare e, temendo che ci tradisse, eravamo sul punto di scappare quando è riapparso con del pane e del formaggio. Affamati e sollevati abbiamo mangiato tutto e verso le 23 abbiamo ripreso la nostra camminata attraverso i Pirenei.
Verso le 08:00 del mattino seguente, dopo aver percorso 50 chilometri sulle montagne per lo più di notte, abbiamo visto un’auto sotto di noi, proprio come ci aveva promesso il contrabbandiere.
L’auto, che apparteneva al Consolato italiano di Madrid, era di fabbricazione italiana ed era guidata da un italiano. Dopo averci detto di non dormire in macchina e di non dare nell’occhio, siamo arrivati al consolato senza incidenti. Qui siamo andati a dormire e il mattino seguente, verso le 10:00 circa, siamo stati portati a Cadice. Durante il tragitto ci siamo fermati a Siviglia per mangiare qualcosa e siamo arrivati a Cadice verso le 22.30, dove abbiamo passato la notte ospiti del Consolato italiano. La mattina successiva, sempre verso le 10:00, siamo stati imbarcati a bordo di una petroliera italiana internata nella baia di Cadice dove tutto era stato predisposto per la nostra missione.
Dopo un paio di giorni ci hanno raggiunto a bordo altri tre membri del personale addestrato che avevano fatto la nostra stessa strada dall’Italia. Poi, più tardi, la sera stessa, si unirono a noi altri sei che erano arrivati via mare da Genova a Barcellona.
A questo punto la nostra squadra era composta da 12 uomini.
A bordo abbiamo mangiato bene e dopo tre giorni sono andato da solo con l’ingegner Pistono, il vice-console e organizzatore della missione. Dopo cinque ore di viaggio in auto siamo arrivati alla sua villa situata vicino ad Algeciras e non lontana dal mare. Essendo fuori dalle rotte più battute, si prestava bene anche come luogo dove poter attendere tranquillamente l’arrivo del nostro equipaggiamento, mentre i miei compagni rimanevano a bordo della petroliera in attesa di notizie e di ulteriori ordini. Tre giorni dopo arrivò un camion da La Spezia che trasportava i nostri piccoli gommoni, le mute, i giubbotti di salvataggio, le mine e altro materiale.
Il camion è ripartito mentre io e l’ingegnere abbiamo iniziato a preparare il materiale e a trovare il modo migliore per trasportarlo in un luogo più vicino alla riva del mare, in modo che fosse meglio posizionato e a portata di mano quando sarebbe iniziata l’operazione. Alla fine decidemmo di nascondere le mine in sacchi di carbone e le tute di gomma dentro un materasso e poi fingemmo di svuotare la villa spostando i mobili ecc. in un’altra villa dell’ingegnere situata tra Algeciras e La Linea. Questo è stato fatto usando un piccolo camion spagnolo che, accompagnato dal vice-console, ha superato tutti i blocchi stradali senza ostacoli.
Nella seconda villa, insieme all’autista del camion, ho scaricato tutto il materiale dal camion.
Fu allora che l’ingegnere mi disse che dovevo prendere l’ultimo oggetto che avevo scaricato e sparire in una stanza che mi aveva indicato. Entrando ho trovato con sorpresa i due compagni che avevo lasciato a bordo.
Erano a piedi nudi per non fare rumore che potesse essere sentito nella villa vicina, occupata da alcuni inglesi.
In un attimo ognuno di noi aveva preparato il proprio zaino personale: lo zaino della morte! Erano le 21:00 del 13 luglio ed era completamente buio. In lontananza si sentivano le bombe di profondità, sganciate dalle corvette britanniche, che esplodevano a intervalli regolari.
Uscimmo a piedi dalla villa con cautela e ci dirigemmo verso la riva del mare, camminando attraverso i campi, evitando le strade e talvolta costeggiando i fossi. Procedemmo con cautela perché portavamo sulle spalle le mine.
Oltre al macchinista, con noi c’era anche il capitano Marino. Ogni volta che passava una macchina ci accucciavamo in modo da essere quasi sdraiati a terra. Dopo una sosta di tre quarti d’ora in un cimitero, raggiungemmo finalmente la riva alle 22:00, solo per trovare due guardie costiere.
Per non essere scoperti, abbiamo deciso di aspettare.
Dopo un po’, però, ci siamo resi conto che l’attesa ci stava portando via troppo tempo e abbiamo deciso di muoverci a due a due, strisciando a pancia in giù, in modo da poter finalmente scivolare in acqua più o meno nello stesso modo in cui si lancia una barca.
Io e il mio compagno Lucchetti di La Spezia stavamo nuotando da circa tre ore quando ci siamo imbattuti nelle luci di alcuni pescherecci.
Questo è stato fastidioso perché abbiamo dovuto muoverci molto lentamente, usando le pinne come le anatre (cioè ben al di sotto della superficie dell’acqua, per non fare schizzi), tanto che alla fine, verso le 03:00, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo a circa due miglia al largo.
Lucchetti e io iniziammo quindi a mettere in atto il nostro piano, che consisteva nell’attaccare le cariche esplosive agli scafi delle navi. Queste erano pressurizzate con aria compressa fino a 7 chili e dovevano essere piazzate simultaneamente, una da Lucchetti e una da me. Non abbiamo avuto difficoltà a posizionare le prime due, ma la terza non si è pressurizzata per cui ci siamo segnalati a vicenda con dei gesti per esaminarla in superficie.
Fusione chimica
Prima di lasciare La Spezia ci era stato detto che a volte le bombe non mantenevano la pressione e che, in tal caso, avremmo dovuto lasciarle cadere sul fondo perché erano pericolose, essendo fuse chimicamente e non attivate da un meccanismo a orologeria. Così facendo, finimmo in superficie, dove cercai di attaccare la mia bomba alla prua, mentre Lucchetti sbatteva la sua sulla catena dell’ancora per cercare di farla funzionare.
Anche se c’era il rischio di essere scoperti, era così preso che finii per chiedergli a voce alta di smettere.
Gli chiesi più volte di fare silenzio, incoraggiandolo con il pensiero che la sua bomba avrebbe potuto funzionare. Non funzionò, il che ci lasciò con una bomba a testa.
Nel frattempo Feroldi si era avvicinato a nuoto e si lamentava che eravamo sul suo obiettivo. Alla fine lo convinsi che si sbagliava facendogli guardare il faro di Gibilterra, mentre contavo i periodi di luce con le dita. Prima di andarsene mi chiese di provare a pressurizzare una delle sue bombe.
Funzionava perfettamente, così gli chiesi di lasciarmela. Immergendomi, la fissai a poppa, sotto la stiva, dove erano state collocate le prime due a metà nave.
Dopo che Feroldi ci lasciò, dovetti calmare Luchetti, trattenendolo anche quando voleva salire a bordo e lanciare la sua bomba difettosa nella caldaia attraverso il fumaiolo della nave.
In quel momento apparve una corvetta britannica e siccome il mio compagno era in superficie, mezzo fuori dall’acqua, mi resi conto che poteva facilmente essere illuminato dalla luce riflessa, gli dissi di immergersi e rimasi sott’acqua finché la corvetta non spense il motore, mentre Luchetti continuava a lamentarsi dei chimici e degli ingegneri italiani e gridava anche “dov’è la corvetta”.
Gli dissi di stare zitto e nuotammo verso la riva portando con noi la bomba difettosa. Dopo aver percorso una certa distanza, vedemmo finalmente la lampada usata dal console italiano per segnalarci, il che fu un grande incoraggiamento. Ma quando ci siamo avvicinati alla riva siamo entrati in contatto con meduse e olio che ci hanno fatto venire il mal di gola. Infreddoliti e stanchi abbiamo finalmente raggiunto la riva, dove non solo abbiamo trovato l’ingegner Pistono e il console Pier Leoni, ma anche due poliziotti spagnoli che ci hanno portato al loro posto di guardia a La Linea.
Poche ore dopo il nostro arrivo, fummo visitati dal capitano Marino che ci disse che eravamo i superstiti di un sommergibile che aveva minato i punti strategici della roccaforte di Gibilterra.
In effetti, poco dopo notammo un gran movimento di torpediniere e aerei, che sembravano cercare il nostro sommergibile. Così riuscimmo a nascondere la nostra vera missione.
Mentre eravamo ancora in quel luogo, eravamo ansiosi di conoscere il risultato dei nostri sforzi, aspettando che le mine esplodessero, perché eravamo certi del successo. Ma non abbiamo avuto il piacere di sentire l’esplosione perché alle 10:30 circa siamo stati portati via in due auto, una appartenente al consolato italiano e l’altra guidata da uno spagnolo. Siamo stati portati in un Comando Superiore dove ci hanno offerto da bere e ci hanno detto che saremmo stati scortati come internati a Siviglia.
Più tardi, l’ingegner Pistono ci disse che le mine erano esplose intorno alle 16:00 e che su cinque obiettivi colpiti, uno era la mia nave, identificata come la nave britannica Meda di circa 1700 tonnellate.
La sera arrivammo a Siviglia e cercando un albergo decidemmo per l’Hotel Colombos, dove potemmo riposare, fare un buon bagno e un’ottima cena. Dopo di che abbiamo dormito veramente soddisfatti. Siamo dovuti rimanere in albergo per due giorni, finché non è arrivato l’ing. Marino con un sarto che ci ha confezionato un abito a testa. Il capitano partì dopo qualche giorno e fummo lasciati al comando del tenente Straulino che si occupò di tutte le nostre necessità essendo in stretto contatto con il Consolato italiano.
Potevamo quindi girare per la città e divertirci come spagnoli.
Ben presto, però, il tenente Straulino mandò a chiamare me e Di Lorenzi, un altro membro del nostro gruppo, e chiese se fossimo disposti a partecipare ad un’altra missione. Rispondemmo che l’avremmo fatto, a patto di utilizzare mine con timer a orologeria. Assicurandoci di ciò, il tenente ci chiese di mantenere la massima segretezza anche tra i nostri compagni, segreto che mantenemmo.
segue…
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Leggere queste pagine di storia, che ci rendono orgogliosi di onorare questo Uomo. Onore!
Racconto veramente avvincente, sembra di essere presenti nel momento dell’azione. Questa è la potenza narrativa di questi uomini e la loro audacia e determinazione risulta ineguagliabile. Onori.