Un americano a “Ria”
(tratto da una storia vera).
Non ho mai saputo quale fosse esattamente il suo cognome, ma in paese tutti lo chiamavano John. Era un americano di mezza età o poco più, biondo con i baffi e gli occhiali tenuti con il classico laccetto retro nucale, che aveva scelto di godersi la pensione stabilendosi nel borgo di Ria.
Lo incontravo spesso seduto su una panchina ai giardini del paese intento a leggere un quotidiano americano, il New York Herald Tribune, e, nonostante la sua precaria sistemazione logistica, era sempre in giacca e cravatta o camicia bianca a maniche corte e cravatta.
“Ciao John, come stai?”. E lui che non parlava bene l’italiano ma conservava sempre un forte accento americano, rispondeva:
“Ciao, io stai bene!”.
Viveva a bordo di una barca a vela chiamata…?. Anche della barca non ho mai saputo il nome: un piccolo veliero che John, nel tempo, aveva ridotto a ricettacolo, tipico esempio di un accumulatore seriale, quelle persone abituate a conservare tutto nella speranza che prima o poi quella cosa possa servire.
La barca acquistata qui in paese era “ormeggiata” perennemente a terra su delle selle alte circa due metri per via dell’ingombro della deriva, nell’area di alaggio nei pressi del campo sportivo del paese.
John era del Minnesota, ma le sue origini erano scandinave, esattamente svedesi, e raccontava di essere stato un ufficiale pilota della U.S. Air Force con il grado di maggiore e che aveva combattuto nella guerra in Vietnam, un conflitto, definito “di resistenza”, durato 20 anni dal 1955 al 1975 e dove gli americani subirono una grande sconfitta.
Mi fermavo spesso a chiacchierare con lui; John era simpatico ed io approfittavo di quei momenti non solo per ascoltare i suoi trascorsi da militare, ma anche per migliorare il mio inglese scolastico imparato alle scuole medie, al ginnasio e poi in Marina.
John era stato anche sposato ed aveva due figli che vivevano in Germania ma con i quali non aveva che sporadici contatti. Sua moglie, stanca di questo suo vivere da spirito libero, lo aveva lasciato per un Notaio tedesco e viveva anche lei in Germania poiché dopo il congedo la famiglia si era lì trasferita essendo John stato assunto presso la Siemens, multinazionale tedesca nei settori della tecnologia, della mobilità e dei servizi, lavoro mantenuto poi fino alla pensione raggiunta negli anni 70.
La prima volta che ho visto John è stato nel gennaio del 1977. Arrivai a Le Grazie al mattino presto, diretto al Varignano per la frequenza del Corso Ordinario Incursori della Marina Militare Italiana. Provenivo da Taranto, dove ero imbarcato sull’Incrociatore, lanciamissili e portaelicotteri Caio Duilio, una bellissima e velocissima nave della 2ª Divisione Navale Italiana.
Avevo viaggiato tutta la notte nel corridoio del vagone di un treno “Espresso” seduto sugli zaini fino a La Spezia e poi con una corriera, di quelle blu che partivano da Piazza Chiodo, ero sbarcato sulla passeggiata del borgo di Ria, all’altezza del viottolo che conduce al cimitero locale e alla Villa Romana, davanti alla locanda Nardini e lì c’era John, mattiniero, seduto su una panchina.
Il suo aspetto era più o meno trasandato e l’impressione che ebbi fu quella di un uomo che si era appena svegliato reduce da una brutta sbornia.
“Mi scusi…”, vestito da marinaio, con i gradi da Sottocapo e trascinando i miei due pesanti zaini neri, attirai in modo deciso la sua attenzione.
“Per il Varignano?… COMSUBIN?…”. Domandai. Allora non sapevo che il mio interlocutore fosse americano. John rispose soltanto indicandomi con
la mano la direzione. Ringraziai. Ripresi i miei zaini e mi avviai verso il Varignano, dove iniziò per me il 9 gennaio del 1977 l’avventura da BascoVerde delle Forze Speciali della Marina Militare Italiana, durata quasi 40 anni. Ma questa è un’altra storia.
John, dopo la separazione dalla moglie, era arrivato a Le Grazie insieme a una compagna di nome Maria, di origine romana. Qui con la sua importante liquidazione aveva anticipato una cospicua cifra per l’acquisto di un villino sul promontorio del Pezzino: acquisto che non fu mai perfezionato con la conseguente perdita della caparra.
Fallito il tentativo di acquistare una casa, indirizzò le sue restanti risorse per l’acquisto di una barca all’interno della quale avrebbero fissato la loro dimora, soluzione non molto apprezzata dalla compagna che nella scelta di convivere con John aveva sperato in una vita più agiata. La Signora Maria aveva creduto che il portafogli di John fosse quello dello “zio d’America”, ma tale non si era rivelato.
La barca aveva bisogno di importanti interventi di manutenzione e venne sistemata a terra nell’area riservata ai lavori di carenaggio e alaggio, lavori mai ultimati e lì, ahimè a pochi metri dal mare, il piccolo veliero terminò la sua tristissima vita marinara.
Maria, la romana, non apprezzando quel tenore di vita avventuroso e vedendo asciugarsi sempre più il portafogli, lo lasciò e ritornò a casa dai suoi, nella capitale. Aveva tentato anche di avvelenarlo, così raccontava lui, ma fortunatamente il tentativo era fallito.
Deluso e amareggiato, John, cercando di colmare quel vuoto in cui era precipitato, trovò rifugio nell’alcol, cominciando a bere in modo smodato.
Avendo ormai come unica risorsa economica la sua pensione che spendeva in pochi giorni offrendo da bere a tutti i paesani, passava le sue giornate ai giardini del paese spesso intento a leggere il quotidiano americano in compagnia di bottiglie di birra; di notte si ritirava nella sua barca al campo con i suoi fantasmi che venivano puntualmente a fargli visita e ai quali John raccontava il suo passato da Ufficiale dell’Aeronautica Americana.
Durante un inverno rigido John per riscaldarsi aveva escogitato uno strano, pittoresco, economico e pericoloso impianto di riscaldamento.
Recuperata una sottile lastra di ferro l’aveva sistemata so1o il materasso al di sotto della quale accendeva delle candele che preriscaldando la lastra tenevano caldo, per alcune ore, la sua branda e anche lui; ma sempre, prima di addormentarsi, John spegneva “il riscaldamento”.
Una notte particolarmente fredda l’americano lasciò le candele accese provocando nel pieno della notte un incendio a bordo fortunatamente senza danni per lui che, svegliato dalle fiamme e dall’eccessivo calore, come un grillo, saltò fuori dalla barca mettendosi in salvo ma il piccolo veliero, che per anni aveva desiderato tanto prendere il mare, andò irrimediabilmente in cenere insieme a tutti i suoi ricordi e il suo guardaroba.
La perdita dell’unico suo rifugio gettò John ulteriormente nello sconforto costringendolo a vivere ai giardini del paese da senzatetto e sempre più
vittima dell’alcol e della disperazione.
Ma come succede a volte nella vita un “buon Samaritano” venne in suo aiuto. Umberto, il maestro d’ascia del paese, insieme a sua moglie Nina, da bravi Cristiani, lo accolsero ospitandolo in un loro locale e per molto tempo si presero cura di lui nutrendolo, vestendolo e lavandolo.
John, ormai completamente alcolizzato, non sopportava regole, spesso scappava e di nascosto continuava a bere. In poco tempo la sua salute si aggravò e fu necessario un ricovero presso un ospedale di Borgo Val di Taro.
Dopo alcune settimane di cura fu dimesso, ma non torno più a Ria.
Decise invece di ritornare in Svezia dove aveva delle conoscenze, tuttavia la sua grave dipendenza da alcol che aveva seriamente compromesso la sua salute fisica e mentale, dopo poco tempo, lo costrinse ad un nuovo ricovero in un ospedale.
Qui le locali autorità, essendo John un cittadino americano, gli comunicarono l’intenzione di rimpatriarlo negli Stati Uniti d’America: tale decisione portò il disperato al gesto folle del suicidio.
John, dopo aver scritto sulla parete della camera ”I don’t want to return in America”, una notte preso dalla disperazione si tolse la vita impiccandosi con le lenzuola del suo letto.
I nati del nuovo millennio, qui a Ria, non hanno conosciuto John e quindi non ne hanno memoria, ma io ancora oggi a distanza di tanti anni conservo di lui un caro ricordo: in fondo era un brav’uomo a cui la vita aveva riservato un difficile destino e oggi quando gli amici mi chiedono: “ ciao come stai?”. Io rispondo: “Io stai bene”.
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sinceri complimenti…. una bella, anche se melanconica, narrazione che scorre nel tempo…
Racconto molto innteresssante , commovente sotto diversi aspetti . Complimente al Pesidente Incursore e Marinaio Gaetano Zirpoli
bellissimo e commovente racconto