Portovenere 13 ottobre 2024.
Concorso Internazionale Poesia e Narrativa
Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti 2024
Umberto: “il maestro d’ascia”
Un nuovo riconoscimento al nostro Presidente
Se pensate che il pane di un Incursore siano solo le armi, voglio smentirvi immediatamente.
Il nostro Presidente Gaetano oltre che essere stato un buon Incursore è anche una penna felice. Lo dimostrano alcuni premi letterari vinti, l’ultimo dei quali è il “Premio Speciale Portus Veneris Tematica” per la sezione “Narrativa Inedita” del Concorso Internazionale Poesia e Narrativa “Lord Byron Porto Venere Golfo dei Poeti” 2024 dove il nostro “Nino” ha sbaragliato un folto numero di scrittori provenienti da tutta Italia (Qui tutti i premiati).
Vi proponiamo di seguito il racconto. Buona lettura!
Umberto: ”il Maestro d’ascia”.
Premessa:
Il Maestro d’ascia è un antico mestiere praticato da persone esperte conoscitrici dei legni che opportunamente lavorati e sagomati consentono la costruzione o la riparazione di barche. Il nome deriva proprio dall’uso di un’ascia come attrezzo da lavoro.
Per diventare maestro d’ascia è necessario intraprendere, da ragazzo, un apprendistato presso un Cantiere Navale e poi successivamente, con la maggiore età, sostenere un esame presso le Capitanerie di Porto per ottenere la licenza che consente di esercitare la professione.
Era una bellissima giornata di sole, la primavera dava i suoi primi segnali anche se, nonostante il nostro pianeta fosse già transitato dall’Equinozio di Primavera, non aveva fatto ancora il suo ingresso in modo determinato. Il mare era calmo e una leggera brezza accarezzava le bianche vele nella Baia di Ria.
Come quasi ogni mattina facevo attività fisica, una ginnastica adeguata alla mia età, lunghe camminate a passo veloce nel borgo di Ria, tra il Pezzino e la base militare del Varignano. Tra le mani il bastone di una vecchia scopa per esercizi alla schiena e alle spalle.
Anche lui era sempre lì, nella parte del paese destinata ai lavori di manutenzione delle barche, sul molo vicino al campo sportivo; ai suoi piedi un piccolo cane nero, un meticcio di taglia media e dal pelo lungo che sdraiato gli faceva compagnia. A completare la scena c’era sempre un gabbiano, posato sulla prua di un vecchio motoscafo, che sembrava supervisionasse i lavori. Un quadretto già visto tante volte.
L’uomo, era un signore la cui età stimavo intorno agli 80 anni che conoscevo di vista, ma nessuno mai ci aveva presentati. Lo avevo incontrato spesso a passeggio con il cane in Via dei Calafati, il cane sempre con una bottiglietta di plastica in bocca; cane e padrone uguali, stessa andatura, stesso passo, una perfetta simbiosi.
Quel giorno ero deciso a parlargli e arrivato sul posto lo vidi, era al solito posto, occhiali appoggiati sulla testa e con le mani accarezzava, con la delicatezza con cui si accarezza il culetto di un bambino, la falchetta di una barca, un vecchio gozzo ligure lungo poco più di 5 metri e di colore verde smeraldo.
Mi fermai e in modo deciso salutai: “Buongiorno, come va??”. Il mio tono svegliò il cane che guaì e mi venne incontro scodinzolando, si lasciò accarezzare, mi annusò e poi, assicuratosi che non fossi una minaccia, ritornò a sdraiarsi. Lui, il signore, distolse lo sguardo dalla barca, inforcò gli occhiali, scosse la polvere di legno dalle mani e dai vestiti, mi guardò, esitò un po’ e mi disse:
“Buongiorno a lei. Sa, questa barca ha la mia età, l’ha costruita mio padre insieme a mio nonno ed io da bambino li osservavo con tanto interesse. Mio nonno veniva dal Veneto ed era in Marina imbarcato sull’incrociatore corazzato Giuseppe Garibaldi qui a La Spezia ed ha fatto la Grande Guerra. Qui ha conosciuto mia nonna e l’ha sposata”.
“Casa sta facendo?” chiesi ancora. Sapevo benissimo cosa stava facendo, ma la mia simulata ignoranza era un modo per attaccare bottone.
“Sa” Ripeté “Questa barca tutta di legno è per me come una vecchia signora che ha bisogno di essere curata e quindi tutti gli anni durante l’inverno la metto a terra e la curo: carenaggio, vernice, controllo del fasciame, del motore e delle cime di ormeggio; è come metterle ogni volta un vestito nuovo. Si chiama Nina, il nome di mia madre e lo scelsi io, era il 1949. In realtà mia madre si chiamava Maria ma in paese tutti la chiamavano Nina”.
Nelle sue parole c’era tutta quella tenerezza di chi nonostante i tanti anni trascorsi avvertiva sempre la mancanza della propria mamma.
“Anche io mi chiamo Nino” gli dissi, “vengo dalla provincia di Avellino e sono stato in servizio al Varignano come Incursore per tanti anni ed ora sono in congedo; ho sposato una ragazza del paese ed abito nella parte alta, alla Corosella. Come suo nonno sono, come dicono qui, un “abitaisso. Anche io ho una barca in legno, si chiama Stenella e il mio ormeggio è lì.”, indicando con la mano i pontili galleggianti per residenti.
“Ahhh gli Incursori, loro sì che conoscono bene il mare, nel mare ci vivono. Spesso, durante la bella stagione, quando esco in mare con la Nina li incontro con i loro velocissimi gommoni neri che sfrecciano sull’acqua. Sa, mi sarebbe piaciuto fare l’Incursore di Marina. Conosco anche la vostra storia, l’ho letta da grande sui libri perché a scuola non me l’hanno insegnata; una storia gloriosa che ha riscosso l’ammirazione del mondo intero. Quei ragazzi durante la Seconda Guerra Mondiale hanno dato tanto filo da torcere agli Inglesi a Gibilterra, Alessandria, Suda, Malta etc.etc.; alcuni si addestravano qui a Punta della Castagna ed altri a Bocca di Serchio nella tenuta dei Duchi Salviati ma lei queste cose certamente le saprà meglio di me”.
“Signor Umberto,” questo era il suo nome, “come e dove ha imparato a fare questo lavoro?”.
“Sa” ripeté ancora “mio padre era un Maestro d’Ascia e io da bambino lo guardavo, poi da ragazzo, dopo le scuole dell’obbligo, sono stato assunto nei Cantieri, qui in paese, come apprendista e alla fine degli anni sessanta ho dato anche io gli esami da Maestro d’ascia alla capitaneria di Porto di La Spezia e poi per tanti tantissimi anni mi sono occupato di barche, principalmente quelle d’epoca, di legno”.
Il signor Umberto parlava con un tono calmo e sicuro ed ogni parola era centellinata come per ribadirmi: non c’è fretta!
Da quel giorno io e Umberto diventammo amici e lo siamo ancora oggi. Spesso usciamo in mare con la Nina e naturalmente il cane e ogni volta provo un grande piacere nell’ascoltare le sue storie pregne di nostalgia per il tempo passato e intrise di profumi che sanno di mare, di vernice e di legni.
NdA
Ria: antico nome del borgo di Le Grazie
Abitaisso: nel gergo locale persona non nata nel territorio
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Complimenti Nino. Un bellissimo racconto che potrebbe entrare a pieno titolo nei racconti che si trovano nei sussidiari scolastici.