Esemplare originale di SLC rinvenuto nel 1940 presso una spiaggia di Gibilterra (Sala degli Eroi – Comando Raggruppamento Subacquei e Incursori della Marina)
Per gentile concessione del CF Alessandro Busonero, Direttore del Notiziario della Marina, pubblichiamo questo interessantissimo articolo apparso sull’Argentariana, la Rivista di Cultura del Centro Studi Don Pietro Fanciulli.
Nell’articolo il comandante Busonero racconta una storia per lo più nota solo agli studiosi e agli appassionati: i primi esperimenti sull’impiego degli SLC svolti nel 1935 nelle acque di Porto S. Stefano.
Buona lettura.
«Sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse»
(Winston Churchill)
PORTO S. STEFANO TOP SECRET
Di Alessandro Busonero
Quanti di voi sono a conoscenza che durante la Seconda guerra mondiale la regia Marina possedeva dei Mezzi Speciali che usati da uomini altrettanto speciali inflissero gravissime perdite all’allora nemico inglese?
Winston Churchill di loro ebbe a dire: «sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse»
Qualcuno di voi, di sicuro chi ha avuto un trascorso nella Marina Militare o mercantile e chi ha dimestichezza con la storia del ‘900, conosce le gesta incredibili compiute da questi mezzi innovativi nati dal genio italiano. Il più famoso di questi è il cosiddetto “maiale” condotto da uomini fuori del normale in fatto di ingegno, allenamento, coraggio e amor di Patria.
Camillo Tadini, pilota di SLC, MAVM
Quanti di voi sono a conoscenza che durante la Seconda guerra mondiale la regia Marina possedeva dei Mezzi Speciali che usati da uomini altrettanto speciali inflissero gravissime perdite all’allora nemico inglese?
Winston Churchill di loro ebbe a dire: «sei italiani equipaggiati con materiali di costo irrisorio hanno fatto vacillare l’equilibrio militare in Mediterraneo a vantaggio dell’Asse»
Qualcuno di voi, di sicuro chi ha avuto un trascorso nella Marina Militare o mercantile e chi ha dimestichezza con la storia del ‘900, conosce le gesta incredibili compiute da questi mezzi innovativi nati dal genio italiano. Il più famoso di questi è il cosiddetto “maiale” condotto da uomini fuori del normale in fatto di ingegno, allenamento, coraggio e amor di Patria.
Qualcuno dirà: che c’entrano i maiali con le gesta eroiche? Avete ragione. Tale nome nacque per caso, durante un allenamento. Una sera – racconta Luigi Durand de la Penne – Tesei andò fuori per esercitarsi a scavalcare un’ ostruzione, creata al largo, sul genere di quelle che c’erano ad Alessandria e a Gibilterra. Per superare l’ostacolo bisognava scalare la rete, disse al secondo di “legare il maiale”. Perché abbia detto così, non lo so proprio. Forse la prima cosa che gli venne in mente /…/ dal quel momento l’apparecchio diventò il maiale e il nome ci fu d’aiuto perché, parlando in presenza di estranei, nessuno poteva capirci.’ (1)
Maiale era quindi il nomignolo, un po’ come noi santostefanesi affibbiamo un soprannome ad una persona.
Il nome tecnico del mezzo era torpedine semovente, prototipo di quello che in seguito fu chiamato e conosciuto ai più come Siluro a Lenta Corsa – S.L.C. i cui inventori furono i tenenti del genio navale Teseo Tesei.
Cosa era il maiale? In breve: un siluro lungo 7.30 mt con un motore elettrico di 1.6 HP di potenza alimentato da una batteria d’accumulatori. Velocità massima 3 nodi con un’autonomia di circa 15 miglia. Due gli uomini d’equipaggio (un ufficiale al comando e un sottufficiale quale secondo pilota) entrambi incursori, che conducevano il mezzo posizionandosi a cavalcioni dello stesso. La parte anteriore del maiale era in realtà una carica esplosiva (sino a 300 Kg circa di Tritolital o Tritolite). Obiettivo: avvicinarsi ad un porto nemico in maniera occulta con il favore della notte trasportato da un sommergibile trasportatore, navigare in immersione, giungere sotto la chiglia di una nave militare nemica e, in mancanza di questa un mercantile, posizionare la carica esplosiva a tempo allontanarsi, mettersi in salvo e vedere esplodere prima, affondare dopo, il bersaglio prescelto.
Non ultimo, il nemico – gli inglesi – difendevano e fortificavano con tutti i mezzi disponibili d’allora le basi navali, e ancor di più lo fecero quando videro colare a picco le loro navi senza comprendere come gli italiani riuscissero a farlo, perché tutto avveniva nella massima segretezza. Navi in pattugliamento continuo, aerei, ostruzioni retali e tante, tante bombe lanciate in mare attendevano gli equipaggi dei mezzi speciali italiani, prima di giungere sotto l’obiettivo prescelto.
Scirè con cilindri trasportatori
Scritto così, quanto accennato, può apparire di semplice realizzazione magari sotto l’influenza e il ricordo di qualche film d’azione. Ma la realtà era tutt’altra cosa.
In quegli anni, materiale, modalità e tecniche d’azione nascevano in quel momento storico, era quindi tutto sperimentale. Siamo nel 1935, il contesto politico è delicato per l’Italia. I rapporti italo-inglesi sono tesi per via della crisi etiopica e la Home Fleet – oltre cento navi della Marina inglese – entrano nel Mediterraneo quale deterrente. Si teme un’escalation, si direbbe oggi, e la Regia Marina si prepara a fronteggiarla anche con nuove armi segrete: i mezzi d’assalto.
Questi mezzi erano sperimentali e le azioni belliche iniziate nell’agosto del 1940 ebbero spesso un costo altissimo: il sacrificio della vita degli stessi operatori.
Questo sintetico incipit per comprendere meglio o perlomeno a grandi linee, l’argomento trattato e per introdurre il legame tra Porto S. Stefano e i mezzi speciali della Marina.
Poco noto, salvo agli studiosi e agli appassionati di storia navale, che proprio a S. Stefano per una serie di motivazioni si diede il via alle “esercitazioni addestrative” con la torpedine semovente ovvero con il Siluro a Lenta Corsa.
Il primo sito prescelto fu Porto S. Stefano, all’Argentario, la cui darsena venne isolata e, nei dintorni, fu proibita la normale attività di pesca. Carabinieri in borghese e in uniforme vigilavano un po’ dappertutto e tenevano d’occhio, in particolare, i turisti che arrivavano nella cittadina balneare, già allora centro residenziale di tono signorile e privilegiato. (2)
Ma cosa veniva svolto nel dettaglio? Lo comprendiamo meglio dalle fonti storiche.
Ogni aspetto addestrativo della XIV Squadriglia Sommergibili H, responsabile delle prove e degli addestramenti, doveva essere svolto nella più assoluta segretezza e si dovette tener conto di alcuni fattori essenziali. Tra questi: possibilità per i sommergibili della Squadriglia H di raggiungere in breve tempo le zone loro assegnate nella eventualità di inizio operazioni militari in caso di crisi; relativa vicinanza a La Spezia per gli aspetti logistici e le riparazioni tecniche; vicinanza con le ditte fornitrici dei vari materiali; base che consentisse sicurezza di permanenza ai sommergibili H durante la stagione invernale in relazione agli scarsi e insufficienti mezzi di ormeggio; presenza di fondali sabbiosi; necessità di salubrità e buone qualità climatiche e di assenza di distrazioni e divertimenti, onde mantenere il personale nelle condizioni fisiche e spirituali necessarie al tipo di prestazioni che ad esso si richiedevano.
La località che parve meglio adattarsi alle varie esigenze fu quindi Porto S. Stefano. Accordi immediati furono presi con la locale Circomare perché fosse riservato ai sommergibili un tratto di banchina e perché fossero proibite la pesca e il transito nella zona di mare prescelta per le esercitazioni. Furono interessati i carabinieri perché provvedessero al necessario servizio d’informazioni riguardo ad eventuali stranieri e forestieri in arrivo e per l’interdizione a chiunque, durante le esercitazioni, di un tratto di spiaggia prospiciente la zona di mare prescelta. Dopo la costruzione nell’officina siluri di San Bartolomeo a La Spezia dei primi due prototipi, fu deciso il programma preparatorio e sperimentale nel tempo minimo indispensabile.
Poiché l’allenamento intensivo e completo prometteva di raggiungere in maniera soddisfacente tutte le finalità prefissate, il Comandante del 1° Gruppo Sommergibili si preoccupò di dare senza indugio inizio agli allenamenti nella maniera più efficace, stabilendo un programma di massima:
- strisciamento del sommergibile sul fondo e manovra di avvicinamento all’ostruzione;
- fuoriuscita diurna e notturna di palombari con scafandro autonomo e con autorespiratore e conseguente navigazione subacquea del sommergibile con i palombari in coperta;
- forzamento di rete parasommergibile e parasiluri con esperimento di cesoiamento;
- ”torpedine semovente”: pratica di pilotaggio; lunghe navigazioni notturne e diurne su determinate rotte avendo precisi obiettivi da raggiungere; posa sul fondo, distacco della testa di servizio e relativo attacco di essa allo scafo di una nave. Navigazione di ritorno senza la testa di esercizio (la carica esplosiva); partenza e ritorno del semovente dalla coperta del sommergibile, notturna e diurna; navigazioni notturne con riconoscimento costiero e penetrazioni in specchi ristretti e passaggio ostruzione.
Il programma venne interamente svolto in dieci distinti periodi a cavallo tra 1935 e 1936:
- Porto S. Stefano (otto periodi): 1 0 ottobre – 7 ottobre 1935; 27 ottobre – 10 novembre; 12 – 20 dicembre 1935; 7 – 14 gennaio 1936; 27 febbraio – 15 marzo 1936; 29 marzo – 6 aprile 1936; Il – 26 maggio 1936; 15 giugno – 1 0 luglio 1936.
- La Spezia (un periodo): 15 aprile – 8 maggio 1936; Bocca di Serchio (un periodo): 25 luglio — 15 agosto 1936.
Teseo Tesei
Dei 13 ufficiali frequentatori dell’addestramento, solo tre ultimarono il corso e furono dichiarati idonei: tenente di vascello Carlo Alberto Teppani, sottotenente di vascello Francesco Costa e tenente del genio navale Teseo Tesei. Dal libretto personale delle immersioni di Tesei, dal marzo al mese di giugno 1936 sono annotati gli addestramenti effettuati con il supporto dei sommergibili Vittor Pisani e H2.
Nelle tre pagine del libretto dove è indicato Porto S. Stefano, sono riportate le date nelle quali Tesei si addestrò, l’orario (in genere la mattina intorno alle nove, ma anche nel pomeriggio e in notturna), le ore d’immersione giornaliere (da una a tre circa), la profondità del fondale (16 metri in media) e infine alla voce “specificazione del lavoro od esercizio eseguito” si trova scritto sempre esperimenti ministeriali.
Tra i sottufficiali palombari in addestramento risultarono idonei: capo di 3 a classe Enrico Manzoni, secondo capo Gabriele Lanza, secondo capo Enrico Lazzari e i sottocapi Quirino Merlin, Natale Galli, Giovanni Lazzaroni, Bruno Lorenzi, Ario Lazzari, Paccagnini Damos, Giuseppe Viglioli. In questi dieci periodi, tra un ciclo addestrativo e l’altro, vennero eseguite revisioni e modifiche al materiale, eliminando manchevolezze riscontrate durante le esercitazioni; allo stesso tempo veniva svolto il corso di addestramento per palombari destinati a particolari impieghi, come il percorso sul fondo con simulacro di bomba sulle spalle (anticipatori degli Uomini Gamma) e utilizzo del S.L.C..
Oltre i dati didascalici della documentazione d’archivio per la ricostruzione storica, mi piace fare un balzo indietro nel tempo e con un po’ di fantasia, immaginare quegli ufficiali e sottufficiali della Regia Marina a Porto S. Stefano nei momenti di svago. In primis: non compromettere la segretezza della missione. Questo l’obiettivo da tenere sempre a mente. Per non destare sospetti avranno avuto una falsa attività di copertura e nomi di fantasia.
Immagino uno su tutti, l’elbano Teseo (3) in franchigia (4) che rivolto ai colleghi, dice: «Qui, allo “Scoglio”» — così lo chiamano i santostefanesi — «il territorio è assai simile alla mia isola d’Elba. Mi sento a casa tra gente di mare e campagnoli con i loro muri di sassi a secco e i filari di vigna. I colori, l’odori della natura sono gli stessi. [Dopo profondo respiro a pieni polmoni], sentite sto profumo di salsedine portato dal maestrale che si mescola a quello della macchia mediterranea. Beh — ci voleva, dopo la faticaccia fatta oggi sott’acqua. Sentite quest’altro odore? Questo sì che è bono” “un profumino da leccarsi i baffi”.» Dice Damos. Riprende Teseo: «È stocco e patate in umido… baccalà e patate per intenderci con voi che venite dal nord. Questo profumo viene dalla vecchia piazza dove si affaccia la locanda “La Pace”. Vi porto lì a cena stasera. Cecco, il pescatore me l’ha consigliati e tra noialtri toscani ci si intende bene, fidatevi. I proprietari, Amerigo e Sabina (5), sono una bella coppia. Lui sempre pronto alla battuta e a raccontar aneddoti del paese; lei, una chiacchierona e soprattutto… sa i fatti di tutti i suoi paesani. Quindi mi raccomando acqua in bocca sui nostri addestramenti».
Due operatori a bordo di un “maiale”
(foto Ufficio Storico della Marina)
Messa a mare di un SLC
(foto Ufficio Storico della Marina)
Immaginazione a parte, di sicuro non mancarono i contatti con la popolazione, avvezza per indole all’accoglienza e all’apertura con il forestiero specialmente quello che ha a che fare col mare. Chissà quanti aned doti si sono consumati in quei mesi, ormai dimenticati. Chissà se qualche paesano nel dopoguerra ha riconosciuto in alcuni di quei forestieri degli eroi di fama internazionale. A fine giugno del 1936 con l’arrivo di numerosi villeggianti — fra i quali alcuni di nazionalità straniera, in special modo inglese — fu abbandonata l’idea di tornare a P.S. Stefano per il rischio di avere sguardi e interessi indiscreti se non proprio vere e proprie azioni di spionaggio. Dopo avere con sopralluoghi verificato che neppure l’Isola d’Elba si prestava allo scopo, fu prescelta la zona dell’arenile del balipedio di Viareggio e Bocca di Serchio. Ottenuto il benestare del sovrano per l’esecuzione delle esercitazioni nello specchio d’acqua prospiciente la tenuta reale di San Rossore, fu impiantata una base a Bocca di Serchio per le esercitazioni del 100 periodo (25 luglio – 15 agosto 1936) fin quando gli allenamenti non vennero sospesi ed i collaudi successivi della «torpedine semo vente» rinviati al 1938.
Due mesi dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale (10 giugno 1940), la prima azione con i “maiali” fu denominata in codice Operazione G.A.I. ma fu un disastro. Gravi le perdite per la Marina. L’affondamento del sommergibile trasportatore Iride con gran parte dell’equipaggio e la perdita della nave Monte Gargano. Passano i mesi, le missioni di guerra e le tecniche vengono sempre più affinate. Complice anche talvolta la buona sorte arrivano i successi nella più totale sorpresa degli inglesi. Un episodio su tutti, passato alla storia e ancora studiato dalle Marine di tutto il mondo è “la notte d’Alessandria” che vale la pena ricordare per il valore e il coraggio di quegli uomini.
È la notte fra il 18 e il 19 dicembre 1941 con l’Operazione C.A.3: sei uomini della Marina portano a termine l’Impresa di Alessandria, ai danni della flotta britannica nel Mediterraneo Mediterranean Fleet). L’azione prende il via alle 23.00 del 3 dicembre 1941 dalla Spezia con l’imbarco dei maiali sul sommergibile Scirè al comando del tenente di vascello Junio Valerio Borghese. I sei del gruppo d’assalto, in coppie su ogni maiale, iniziano il transito occulto verso i bersagli. Le coppie: tenente di vascello Luigi Durand De la Penne con il Capo Palombaro Emilio Bianchi, il capitano delle Armi Navali Vincenzo Martellotta con il Capo Palombaro Mario Marino e il capitano del Genio Navale Antonio Marceglia con il Sottocapo Palombaro Spartaco Schergat.
Porto S. Stefano (anni ’30)
Il bilancio finale dei danni è il seguente: affondamento di due navi da battaglia britanniche HMS (6) Queen Elizabeth (33.550 tonnellate) e HMS Valiant da (27.500 tonnellate) e danneggiamento della petroliera Sagona (7.750 tonnellate) e del cacciatorpediniere Jervis (1.690 t).
Un’impresa eroica e una straordinaria vittoria nei confronti di quella che era, all’epoca, la maggiore Marina del mondo. Tre anni dopo, i sei protagonisti dell’impresa vennero decorati a Taranto con la medaglia d’oro al valor militare in modo del tutto singolare: ad appuntare la medaglia sul loro petto fu il commodoro Sir Charles Morgan, già comandante della HMS Valiant al tempo dell’operazione.
Porto S. Stefano ebbe quindi, un ruolo iniziale nel percorso addestrativo dei mezzi speciali della Marina, a conferma di come la sua posizione geografica, la conformazione naturale sia stata da sempre apprezzata e in questo caso, mantenuta top secret per anni.
Note:
(1) Cfr. Luigi ROMERSA, All’ultimo quarto di luna – Le imprese dei mezzi d’assalto, Mursia Editore 1977.
(2) Ibidem.
(3) Tesei morì il 26 luglio 1941 durante il forzamento del porto di La Valletta (Malta) in un’azione eroica che gli valse la medaglia d’oro al valore militare alla memoria. Oggi il Comando Raggruppamento Subacquei ed Incursori (COMSUBIN) della Marina Militare è intitolato a Teseo Tesei.
(4) Termine in uso nella Marina Militare che indica la “libera uscita”, ovvero il tempo disponibile dopo l’orario lavorativo.
(5) Amerigo Capezzuoli e Sabina Sabino, i proprietari.
(6) HMS: Her Majesty’s Ship (Nave di Sua Maestà)
Bibliografia essenziale
- I Mezzi d’assalto nella Seconda Guerra Mondiale, Roma, Ufficio Storico Marina Militare, 5a Edizione 2022.
- Gino Birindelli, Vita da Marinaio, Vito Bianco Editore — Sipe 1991.
- Luigi Romersa, All’ultimo quarto di luna-Le imprese dei mezzi d’assalto, Mursia Editore 1977.
- Giorgio Giusti, Teseo Tesei — eccellenza dell’ingegne ria navale del ‘900, Pontedera, Stampa Bandecchi & Vivaldi 2022.
- Documentazione varia Ufficio Storico Marina Militare (U.S.M.M.)
Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!
Lascia un commento
© 2026, ANAIM. Tutti i diritti riservati. Chi volesse utilizzare in tutto o in parte il testo e/o le foto di questo post, deve inserire il link al post originale!








Ho letto e sto leggendo molto su quegli uomini ed è qualcosa di inimmaginabile pensare al loro stato d’animo di quel periodo. Sperimentavano, provavano, inventavano. A volte fallivano, a volte avevano successo. Ma lo facevano sapendo che in quel momento erano parte della Storia, lo facevano perché credevano nell’Italia e nel Tricolore, lo facevano perché volevano farlo.
A loro, anche oggi, dobbiamo tributare i massimi onori e, semplicemente, dobbiamo dire grazie.