Sei dicembre millenovecentoquarantadue, ore tredici
Attraverso le lenti del potente binocolo rubato agli inglesi gli incursori dell’Olterra osservano eccitati le poderose navi da battaglia Nelson e Renewn e le portaerei Formidable e Furius sfilare in linea di fila per entrare nel porto.
È l’occasione che stanno aspettando. Giorni e giorni di preparazione per mettere a punto i “maiali” in attesa dell’occasione buona; dopo Alessandria d’Egitto si profila l’occasione di infliggere ai marinai di sua maestà un’altro formidabile colpo.
La sfida è mortale. Ormai da tempo gli inglesi hanno messo in piedi una imponente organizzazione difensiva che comprende anche motovedette che di giorno e di notte scaricano continuamente in mare bombe di profondità. Al comando di questa organizzazione c’è il LT Lionel Crabb, un ufficiale inglese che ha ingaggiato un tenace combattimento contro gli spregiudicati italiani.
Visintini, Comandante del Gruppo dell’Orsa Maggiore, ha annotato con cura tutte le predisposizioni nemiche e malgrado le pesanti difficoltà che si prospettano, ha pianificato con estrema cura l’attacco: rotte, tempi, ostacoli, correnti: tutto studiato con cura certosina per scongiurare il più possibile l’insorgere di problemi improvvisi che potrebbero compromettere l’esito della missione.
I sei uomini che sfideranno le insidie della notte sanno benissimo che il momento più delicato dell’intera operazione sarà il forzamento delle reti che chiudono l’ingresso al porto.
Il piano? Sfruttare il lasso di tempo che intercorre tra una scarica di bombe e l’altra per forzare le ostruzioni retali ed irrompere all’interno del porto. Dopodiché tutto dovrebbe essere relativamente più semplice.
Sette dicembre millenovecentoquarantadue ore diciassette – Operazione B.G.5
(1)La carica delle batterie è stata staccata alle ore 10.00. Gli apparecchi sono pronti e le cariche sono innescate. Si possono vedere i tre SL.C. allineati, davanti all’acqua, e sembrano tre piccoli temibili vascelli. Usciremo in mare ed in tutti i modi siamo risoluti a vendere molto cara la nostra pellaccia.
Gli obbiettivi sono:
Nelson: io
Formidable: Manisco
Furius: Cella
Credo di aver previsto tutto.
Comunque ho la coscienza perfettamente tranquilla perché so di aver dedicato tutto me stesso per il raggiungimento ed il successo di questa operazione. Prima di partire rivolgo una preghiera a Dio affinché coroni le nostre fatiche col premio della vittoria e affinché guardi benignamente l’Italia e la mia mutilata famiglia. Viva l’Italia.
Prego bensì che l’una e l’altra cosa
La Vittoria ed il ritorno, Tu conceda,
Ma se una solo cosa, o Dio, darai
La Vittoria concedi sola.
Licio Visintini
Girolamo Manisco
Vittorio Cella
Giovanni Magro
Dino Varini
Salvatore Leone
Alle 23.30 del 7 dicembre il primo “maiale” esce dal ventre dell’Olterra.
Giocando a rimpiattino con le bombe inglesi, i sei italiani si avvicinano speranzosi all’ingresso Nord del porto, ma un dettaglio sconvolge i loro piani.
(2)Nel primo tratto di navigazione non riuscii a percepire nessun rumore all’infuori di quello che faceva il nostro apparecchio, fino allo scoppio della prima bomba: lo feci immediatamente notare al signor Manisco e prendemmo l’ora; dopo tre minuti sentimmo la seconda e così continuarono a lanciarne con lo stesso ritmo. Si presentò quindi una grande difficoltà per entrare nel porto, dato che noi speravamo che gl’intervalli fossero di dieci minuti come avevamo notato nelle sere precedenti. Ciò nonostante decidemmo di entrare ad ogni costo.
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Un bomba ogni tre minuti anziché una ogni dieci: 20 bombe di profondità ogni ora per scongiurare l’assalto italiano. Il TV Crabb era cosciente che la posta in gioco era molto alta e decise, quella notte, di cambiare le carte in tavola, quasi sentisse sulla pelle il pericolo mortale che le “sue” navi stavano correndo.
(2)Il sig. Manisco, come potei capire dalle manovre che eseguì, decise di dirigere subito sull’ostruzione quando la motovedetta si sarebbe diretta verso la porta sud. Egli calcolava di arrivare all’ostruzione nell’intervallo di tempo in cui la motovedetta andava da porta Nord a porta Sud e tornare indietro…
I corpi di Visintini e Magro affiorarono qualche giorno dopo all’interno del porto. Vennero sepolti in mare con l’onore delle armi. Lionel Crabb, capo del Servizio di sicurezza subacquea di Gibilterra, depose una corona di fiori in mare in segno di rispetto e di ammirazione per quei marinai italiani.
Di Salvatore Leone non si seppe più nulla, il suo corpo non fu mai ritrovato. Egli, vegliato dalle sirene, riposa ancora oggi in fondo al mare delle fredde acque di Gibilterra.
(1)Essi (il padre morto prematuramente e il fratello caduto anch’egli nell’adempimento del dovere n.d.r.) mi ascoltano e come io vedo i loro occhi sorridere e trasmettermi la loro gioia così i miei si inumidiscono di cocenti e dolci lacrime. Un ciclo della vita della nostra famiglia si chiude che tutto era stato offerto alla Patria… Ci sorridiamo, ci parliamo e gli altri consigli che da Essi derivano solo la guida e la traccia della nostra vita.
Gentile Signora, mi scusi se le rispondo con un po’ di ritardo ma la sua lettera è giunta che io non ero a Milano.
Ho saputo in precedenza della Medaglia d’Argento data a suo figlio Salvatore e le posso assicurare che, come grande è stato il mio dolore per la sua scomparsa, così grande è stata la soddisfazione di sapere che la Patria non ha dimenticato uno dei suoi migliori soldati e dei suoi figli più degni.
Quando le ho scritto l’altra volta ne ero completamente all’oscuro sul vero bilancio della missione ma ero quasi certo che Salvatore si fosse salvato. Forse questa certezza era data dal fatto che troppo forte era la mia speranza che fosse vivo; ero legato a suo figlio da un vero affetto e da una vera amicizia ed i nostri rapporti non erano quelli comuni fra un marinaio ed un ufficiale, ma quelli fra due compagni che da tanto lavoravano insieme pericolosamente e che sapevamo che un giorno avrebbero dovuto affrontare fianco a fianco gli stessi tremendi rischi.
A quella missione, nel porto di Gibilterra, abbiamo partecipato in sei. Tutti eravamo molto sereni e molto fiduciosi, sebbene l’impresa fosse quasi disperata; si trattava di entrare nel porto militare di Gibilterra e di attaccare la nave ammiraglia della flotta inglese nel Mediterraneo e due portaerei.
Gli equipaggi erano tre: il Comandante Visintini col suo marinaio, il Guardiamarina Manisco col suo ed io con suo figlio.
Come lei saprà, i mezzi erano dei siluri cavalcati da due persone. Purtroppo siamo stati scoperti ed il Guardiamarina Manisco col suo secondo sono stati raccolti svenuti e fatti prigionieri; il Comandante ed il suo uomo sono morti; suo figlio era con me e per un’ora abbiamo resistito alla caccia spietata delle navi inglesi stando sott’acqua a 20 metri di profondità, poi suo figlio non ha più resistito, una prima volta mi sono accorto e l’ho portato su io, poi scoperti e caricati di nuovo, abbiamo dovuto tornare sotto fra lo scrosciare delle bombe e quando, distogliendomi dal pilotaggio, mi sono voltato un momento per vedere come stava Salvatore non ho fatto a tempo che a vedere un’ombra che saliva a galla. Da qui non ho più saputo nulla di lui, ecco perché avevo tanta speranza.
Tutto quello che posso dirle è che si è comportato sempre da vero uomo e da vero soldato, sereno sempre, allegro e spensierato anche quando ha saputo dove saremmo andati e quali erano i rischi dell’impresa, era pieno di entusiasmo e fiducioso. Non l’ho dimenticato mai, è stato il mio fedele compagno nel periodo più rischioso della mia vita.
Se verrò in Sicilia verrò a trovarla e parleremo di lui ancora.
Ho tanto desiderio di conoscere la mamma di Salvatore, mi parlava spesso di lei.
Affettuosamente
Vittorio Cella
(per gentile concessione della famiglia Leone a cui va il nostro affetto e gratitudine)
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