Premessa
Il mestiere dell’Incursore di Marina si fonda sulla conoscenza di una miriade di nozioni che spaziano nei tre ambienti, mare – terra – cielo. Queste nozioni, da me qui definite “nozioni del mestiere“, vengono costantemente aggiornate e sono il frutto dell’esperienza derivate dalle impegnative attività operative ed addestrative degli Incursori che vengono quindi tramandate agli allievi alla Scuola Incursori.
Per ovvie ragioni non possiamo, in questa sede, raccontare gli insegnamenti che oggi i nostri ragazzi ricevono alla Scuola Incursori, ma possiamo invece raccontarvi quello che si insegnava nella “vecchia” Scuola, certi che gli argomenti di base rimangono tutt’ora validi.
Lo scritto che segue è interamente tratto dal vecchio libro di testo “Addestramento al combattimento (acqua)” del Corso Ordinario, specialità Incursori del 1962.
Il libro in questione condensa tutte le nozioni di base per il combattimento in acqua, ovvero per la conoscenza dell’equipaggiamento, delle problematiche, delle strategie e dei metodi per muovere con sicurezza nell’ambiente marino, attaccare un obbiettivo e diventare un buon Incursore navale.
La parte qui pubblicata ne costituisce la premessa. Se questa iniziativa dovesse riscontrare interesse, sarebbe mia intenzione pubblicare più avanti le parti più interessanti.
NB: non credo sia necessario rimarcare che le “nozioni del mestiere” insegnate agli allievi nel dopoguerra provenivano direttamente dalle esperienze degli Incursori che avevano combattuto la Seconda guerra mondiale, gli Incursori della Decima Flottiglia MAS.
Il concetto di acquaticità
Per poter assolvere i suoi compiti l’incursore deve muovere in superficie ed in immersione, ed usare apparecchi di respirazione autonomi, portare cariche, ecc. Egli cioè deve muovere nell’elemento acqua con la più completa disinvoltura: in poche parole l’incursore deve essere acquatico. E siccome acquatici non si nasce, ma si diventa, si è tutti nelle condizioni potenziali di diventarlo.
Per comprendere meglio questo concetto, cerchiamo di definire che si intende per acquaticità. L’acquaticità si può definire come la virtù di trovarsi a proprio agio in acqua e di sapersi valere con vantaggio delle proprietà che essa presenta.
Nuotare a crawl o a rana, saper compiere un lunghissimo percorso sott’acqua non significa essere acquatici: significa tutt’al più, essere in condizioni favorevoli per diventarlo. Un campione di stile libero ha la possibilità di diventare un eccellente subacqueo di poco superiore a chi sappia nuotare in qualche modo.
L’acquaticità non è disciplina sportiva, non è neppure soltanto una tecnica: è un’attitudine, una condizione, una mentalità, un istinto anche se non innato.
Prendiamo ad esempio gli animali cosiddetti anfibi: il coccodrillo per attaccare la preda muove dall’acqua e agisce nell’acqua; la foca per sfuggire al nemico si precipita in acqua; il castoro per compiere le sue enormi costruzioni lavora in acqua.
Tutto ciò avviene perché in acqua il peso sparisce. Il coccodrillo da goffo e tardo sulla terra, diviene veloce e potente in acqua; la foca, prima incapace di rivoltarsi e mordere, si trasforma in siluro fulmineo e pericoloso; il castoro trasporta con indifferenza quintali di legna al giorno. L’acqua non distrugge il loro peso, non abolisce la legge di gravità, ma agisce sul loro corpo con una forza dal basso in alto uguale al peso del volume del liquido spostato. È il concetto della forza di gravità, gli animali acquatici possono esercitare a pieno la loro energia attiva, possono impiegare interamente la loro potenza muscolare, come dei meccanismi finalmente liberati dagli attriti e dalla forza di inerzia. Per gli animali acquatici la terra è un penoso calvario, l’acqua è la libertà.
Per l’uomo che animale acquatico non è, può avvenire il medesimo fenomeno.
Anche l’uomo può liberarsi dal peso, provare l’ebrezza di sentirsi meno pesante dell’elemento in cui si trova. Se si muove immerso nell’acqua l’uomo è da 1 a 2 chili troppo leggero: galleggia.
Ma la natura ha dotato gli animali acquatici di particolari strumenti: coda lunga e possente e zampe palmate al coccodrillo, e ancora coda a spatola al castoro, e pinne alla tartaruga, ecc.. L’uomo ha una dote soltanto: l’intelligenza. Con l’intelligenza si è fabbricato le pinne, i guanti palmati, le mute isotermiche. Gli animali acquatici hanno avuto occhi particolarmente idonei capacità respiratorie e di ricambio eccezionali: l’uomo si è fabbricato le maschere e gli autorespiratori. La natura ha fornito gli animali acquatici di un istinto particolare: l’uomo vi supplisce con l’intelligenza, la volontà e la abitudine. A poco a poco si crea anch’egli un istinto animale.
Il sentirsi a proprio agio nell’elemento acqua significa molto più del “non averne paura”; il non temere l’acqua è sempre una vittoria su uno stato negativo; ma noi del nostro stare in acqua, vogliamo avere un concetto positivo. Non solo non la temiamo, ma ci stiamo meglio.
Quando un subacqueo deve trasportare un corpo, una carica pesante, preferisce farlo in acqua, perché gli costa meno tempo e meno fatica.
Quando un subacqueo riemerge dal suo elemento, e sale in terra, subisce la sensazione immediata di trovarsi legato, impacciato, ritorna schiavo della legge di gravità e ne avverte ora, tutto il fastidio.
Valersi delle proprietà fisiche dell’elemento acqua per trarne vantaggio significa un po’ capire e mettere in pratica il principio della relatività dei fenomeni terrestri.
Sott’acqua il suono è quattro volte più veloce che in aria e si propaga infinitamente più lontano; l’ambiente marino è almeno 780 volte più opaco dell’aria; gli oggetti vi appaiono ingranditi di 1/3; la forza di gravità e quella di inerzia hanno effetti molto diversi; la pressione crea problemi fisiologici e tecnici del tutto nuovi.
In tanto sovvertimento di condizioni abituali l’uomo normale soccombe; l’uomo addestrato e accorto, l’uomo subacqueo, agisce con moltiplicata potenza.
La diversità dei fenomeni del nuovo elemento, impone all’uomo una vigilanza, un autocontrollo, un possesso di sé e delle proprie facoltà di raziocinino e di riflessi quali in nessun altra condizione occorrono. Se si depone un oggetto su un tavolo l’oggetto vi rimane; sott’acqua potrebbe volare in alto rapidissimo. Se si tocca ad esempio un coltello, nell’aria lo si può fare senza sorprese; sott’acqua, se non si pensa a quel terzo ingrandimento si chiuderebbe la mano a vuoto qualche centimetro prima.
Se nell’aria ci si produce graffi profondi ci si accorge per l’acuto dolore e l’immediata fuoriuscita di sangue; sott’acqua il dolore è pressoché inavvertibile.
La presenza a sé stessi, l’autocontrollo in un ambiente di fenomeni così diversi da quelli usuali di illusioni e di apparenze, costituisce il limite ultimo della educazione e della acquaticità, che così compiutamente intensa, può venire definita e assunta come autentica e vera disciplina pedagogica.
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© 2023, Mauro #669. Tutti i diritti riservati. Chi volesse utilizzare in tutto o in parte il testo e/o le foto di questo post, deve inserire il link al post originale!






la spiegazione dell’’acquaticita in queste righe è a dir poco splendida e filosofica. Sarebbe bellissimo poter accedere alla lettura di questo manuale .
interessante! molto ben descritto e puntuale. bravo!!!
Come al solito meticoloso e preciso. Bravo Mauro.
Nello