Mogadiscio: parte dell’area operativa di competenza degli Incursori. In verde l’area del campo base della Marina
Mogadiscio
L’aeroporto di Mogadiscio era un enorme formicaio al lavoro: mentre lo attraversavamo in direzione dell’uscita a bordo dei VM 90, una miriade di uomini a bordo di muletti e camion erano intenti a movimentare merci di tutti i tipi, in quella che appariva una organizzata confusione.
Per raggiungere il porto vecchio di Mogadiscio prendemmo la strada costiera. Dal lungomare si vedevano le navi della Marina italiana e di quella statunitense alla fonda. Attraversando vari quartieri con poche case rimaste in piedi, la popolazione somala sembrava aver imparato a convivere con il continuo passaggio di mezzi militari di varie nazioni che si dirigevano in diverse parti della città. Lungo le strade che stavamo percorrendo c’erano miriadi di bambini somali che, a gran voce, chiedevano ai militari sui mezzi ruotati dei biscotti o della cioccolata; se non davi nulla a volte ti arrivava qualche sassata. Questo accadeva in special modo nella “zona fascio”, soprannominata così perché su un muro c’erano ancora dei fasci littori in marmo del periodo coloniale.
La base
Arrivammo al Porto Vecchio, base avanzata della Marina (San Marco e Incursori di Marina). Sull’altro lato c’era un campo americano dove venivano lavati e disinfettati i mezzi militari in disuso, che sarebbero stati successivamente rimpatriati negli Stati Uniti. Davanti all’ingresso sul mare c’era un piccolo gruppo di francesi che si occupava di gestire i dissalatori per produrre acqua dolce, indispensabile per tutti gli ospiti internazionali del Porto Vecchio.
Il nostro compito principale era prendere parte alle operazioni di rastrellamento, sia lungo la costa che in profondità, al fine di sequestrare gli ingenti quantitativi di armi in possesso dei miliziani dell’Alleanza Nazionale Somala del generale Aidid. Non secondari erano anche i compiti di pattugliamento, volti a garantire una bolla di sicurezza nella nostra zona di competenza, e i compiti di protezione ravvicinata del Comandante del 24º Gruppo Navale quando scendeva a terra.
Si inizia a fare sul serio
Una volta presa confidenza con l’ambiente operativo, iniziammo a svolgere il nostro lavoro quotidiano nell’area di operazioni a noi assegnata, giorno e notte. Effettuavamo controlli in case, strade, auto o persone, offrendo protezione VIP e supportando il San Marco nelle situazioni più a rischio.
Svolgevamo i nostri compiti con molta attenzione, mettendo in pratica tutte le procedure di sicurezza, tant’è che dopo un po’ di tempo anche i venditori locali smisero di cercare di avvicinarsi nella speranza di venderci la loro merce (mentre era uso che i venditori di tutta Mogadiscio si avvicinassero ai mezzi ruotati e ai militari per vendere la loro mercanzia, noi respingevamo tenacemente tale usanza tant’è che i somali ci definirono… “uomini con il basco verde, buoni soldati, non buoni compratori”).
Di giorno uscivamo in pattuglia con i mezzi VM 90, di notte a piedi con i visori notturni. Dopo qualche tempo la popolazione ci disse che gli episodi di delinquenza erano diminuiti, in particolare nella zona ad alto rischio del mercatino notturno del Khat (anche noto come qat o chat) che era il luogo dove vendevano le foglie e i germogli freschi del Catha Edulis Forsk, un arbusto fiorito sempreverde, dalle cui foglie si ricava un alcaloide classificato come droga dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Per ovvie ragioni non posso qui raccontare tutto quello che abbiamo fatto, ci vorrebbe un intero libro per descrivere tutti gli aneddoti, i rischi e le prove del nove che la squadra ha superato. Mi limiterò a raccontare brevemente due operazioni che abbiamo portato a termine e che ritengo di maggior interesse.
Zona di operazione Itala, villaggio a nord di Mogadiscio.
Intervento immediato per il recupero di una dottoressa di una ONG.
La situazione era delicata: la dottoressa era rimasta bloccata nella piccola casa di un villaggio e rapporti d’intelligence riferivano che era in corso un tentativo di rapimento da parte di una banda di criminali somali che operava nell’area.
All’arrivo della chiamata d’emergenza la forza d’assalto fu velocemente approntata: noi e l’altra squadra di incursori comandata da C.B..
Imbarcammo su due elicotteri da trasporto SH-3D che ci portarono a bordo di Nave San Giorgio in navigazione verso la zona d’operazione denominata “Itala” scortata dalla Fregata Grecale. Arrivammo in zona quando era ancora buio e, alle prime luci dell’alba, sbarcammo dagli elicotteri nei pressi del villaggio. Ci avvicinammo alle abitazioni con tutte le dovute precauzioni fino a irrompere nella casa dove si era barricato il nostro obiettivo. A quel punto, gli operatori incaricati del recupero presero sotto controllo la dottoressa, che fortunatamente non aveva subito alcuna violenza. Fatta salire rapidamente a bordo degli elicotteri venne portata prima sul San Giorgio e successivamente a Mogadiscio. L’operazione si era conclusa con successo senza sparare un solo colpo, perché, a detta dei locali, i miliziani somali si erano immediatamente ritirati alla vista dei nostri elicotteri.
Area Moga/Nord.
A caccia di trafficanti di armi.
Questa missione era finalizzata alla ricerca di un convoglio di miliziani dediti al contrabbando di armi nell’area Moga/Nord, una zona a pochi chilometri ad Est di Mogadiscio dove insisteva una pista d’atterraggio per piccoli e medi velivoli utilizzati per il contrabbando di armi e altre attività illecite.
La mia squadra, a bordo di due VM 90, fu incaricata di svolgere la missione: restare alcuni giorni in zona per bloccare i veicoli dei miliziani somali e sequestrare il loro carico di armi. Arrivati sul posto, organizzammo il punto dell’imboscata rimanendo in bivacco per un paio di giorni, ma, purtroppo, oltre alle zecche che ci tormentavano su quel terreno desertico e a una carovana di uomini e dromedari (erano “puliti”), non transitò nessuno altro. Tornando verso Mogadiscio, un check-point del San Marco ci riferì che durante la notte avevano udito molti colpi d’arma da fuoco provenienti da un villaggio lì vicino. Pianificammo velocemente il da farsi e rastrellammo l’intero villaggio sequestrando molte armi di diverso calibro, lanciatori tipo RPG, esplosivi e micce di vario tipo. Rientrammo finalmente alla base felici che i sacrifici di quei giorni non fossero stati vani.
Del lungo periodo trascorso in missione in Somalia conservo tantissimi importanti ricordi, ma certamente quello che ha maggiormente riempito il mio cuore di gioia è stato l’aiuto dato ad un orfanotrofio nel centro di Mogadiscio. Per migliorare in qualche modo il benessere dei molti bambini orfani presenti nell’istituto, un paio di giorni alla settimana consegnavamo ai gestori le colazioni raccolte al campo marina. Ho ancora nella mia mente il giorno in cui, per ringraziarci degli aiuti ricevuti, i gestori dell’orfanotrofio, con molti sacrifici, ci prepararono un capretto al forno che noi immediatamente ridistribuimmo a tutti loro. Fu una giornata particolarmente toccante.
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Complimenti all’autore, in queste pagine è riuscito a mettere in luce la grandissima professionalità degli operatori incursori della MM, ma anche la straordinaria umanità e capacità di gestire al meglio i rapporti con la popolazione civile. A tutti va un grosso ringraziamento, siete il vanto della nostra Nazione.
La ringrazio tantissimo per il suo apprezzamento. Coccone #677