Tempo fa qualcuno mi ha chiesto come ha fatto un umbro a diventare un basco verde della Marina.
Se anche voi ve lo state chiedendo o se pensate che sia finito tra le braccia di mamma Marina o tra i Caimani del Varignano per una qualche passione per le navi, per il mare o per le stellette in generale… beh siete sulla cattiva strada.
Questa è la mia storia.
II mare lo incontrai per la prima volta da bambino.
A quel tempo mio padre era come un marinaio che a bordo della sua nave si sposta di porto in porto, così lui inseguiva il lavoro su e giù per l’Italia per mantenere la famiglia.
E così fin dai primi mesi della mia vita diventai un emigrante in terra patria. Al seguito dei miei genitori abitai a Nettuno, Caprigliola (SP), Taranto, Caserta, Pomezia…. e in tanti altri luoghi che non ricordo più. Infine giungemmo a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. Avevo 7 anni.
Di quel periodo mi è rimasto qualche piccolo sprazzo di memoria.
Ricordo che occupavamo un appartamentino al secondo piano di una piccola palazzina di due piani, a poche centinaia di metri dal mare e che andavo a piedi a scuola dove frequentavo la seconda elementare. Ricordo gli sterminati agrumeti dove vigeva una sola regola: potevi raccogliere tutti i frutti che volevi a patto che li mangiavi sul posto e che non arrecavi danni alle piante.
E poi la spiaggia e il mare, sabbia finissima e acqua cristallina.
Della spiaggia ho il ricordo di un aneddoto particolare che vi voglio raccontare. Un giorno ero al mare con mia madre e mia sorella. Giocavo come fanno tutti i bambini quando la mia attenzione fu catturata da un grande asciugamano da mare disteso sulla sabbia. Era strano quell’asciugamano perché si muoveva come se avesse una vita propria. Incuriosito ho continuato a fissare affascinato quello strano pezzo di stoffa per qualche secondo senza riuscire a capire cosa stesse accadendo fino a che, osservando meglio, non mi accorsi che dal telo spuntavano 2 paia di piedi. A quel punto tutto mi fu chiaro. La conferma la ebbi qualche minuto dopo quando, dal telo, emersero due giovani che, incuranti di chi avevano intorno, si erano persi tra i sentieri del loro mondo d’amore.
Lasciammo la Sicilia qualche tempo dopo e tornarnammo al paesello. Mentre il mio papà continuava la sua vita da emigrante nazionale, sempre ad inseguire uno straccio di lavoro, io, mia madre e mia sorella, finalmente, ritrovammo il piacere degli affetti a lungo termine: l’erba di casa mia. Crescevo in fretta ed evidentemente mio padre avrà pensato che i continui spostamenti da una località all’altra mal si sarebbero conciliati con il bisogno di stabilità di cui certamente necessitava un buon studente.
Ecco, il buon studente.
Purtroppo, malgrado le desiderata di mio padre, il mio rapporto con la conoscenza e il sapere non è mai stato idilliaco. Odiavo la scuola, soprattutto la matematica. Mi piaceva la storia, anche se avevo grosse difficoltà a ricordare le date. Le materie in cui andavo veramente forte erano, ovviamente, religione e applicazioni tecniche.
Fin dalla terza elementare i miei interessi erano invece catturati da elementi che niente avevano a che fare con lo studio: divertimento con gli amici e, soprattutto, gentil sesso. Forse quel telo da mare animato aveva cambiato per sempre le mie priorità.
Alle scuole medie la situazione non cambiò. Ero sempre innamorato e passavo il tempo a fantasticare languidi baci con la ragazzina che in quel momento riempiva di luce i miei occhi. Ho parlato di amore ma intendiamoci, timido ed introverso come tutt’ora sono, di questi innamoramenti ne ero a conoscenza solo io e tutto questo sfracello di sentimenti li sfogavo mestamente in sogni solitari. Studio neanche a parlarne, però trascorrevo bellissimi pomeriggi con il mio amico del cuore a giocare a pallone in un misero terreno adattato a campo di calcio.
Superate le medie con non poche difficoltà cercai maggior fortuna con la scuola professionale
Mi iscrissi a Terni alla scuola per tecnici elettronici finanziata dalle locali acciaierie. Raggiungevo Terni in treno, mi alzavo molto presto la mattina e tornavo a casa abbastanza tardi. Ma per quanto mi impegnassi non riuscivo proprio a capire a cosa servisse e come si applicasse la legge di Ohm e altre amenità del genere, mentre me la cavavo relativamente bene con la parte pratica. Invidiavo da morire gli studenti di altre discipline che armeggiavano intorno ai torni ed altre macchine. Forse avevo sbagliato indirizzo. Di amori in quel periodo non ce ne furono, la scuola era frequentata solo da maschi, per cui svuotato dei sentimenti investivo i miei pochissimi averi in… “le ore liete”, riviste poco adatte alla mia età… fino a che non lo scoprì mio padre…
L’esperienza scolastica finì malamente con una sonora bocciatura
La generazione di mio padre ha vissuto il rumore della guerra, dei bombardamenti aerei, della contraerea e dei colpi di cannone Ma, soprattutto, ha vissuto gli anni della fame e delle fatiche del dopoguerra. Mio padre a 10 anni, per aiutare la famiglia, lavorava nei campi 12 ore al giorno.
Era chiaro che non potesse accettare in casa un nullafacente che passava il tempo a bighellonare senza arte né parte, per cui mi fece un discorsetto breve e conciso: trovati un lavoro!
Finii a Roma a lavorare come cameriere in un noto ristorante di Trastevere. Avevo 16 anni.
La paga era di 270.000 lire più il vitto. L’alloggio, un letto in una camera condivisa, mi costava 70.000 lire al mese.
Lavoravo 10/12 ore al giorno. Il poco tempo libero lo trascorrevo al cinema o seduto sui gradini di un palazzo intento a godermi lo spettacolo delle macchine della polizia che attraversavano l’incrocio a tutta velocità e a sirene spiegate. I motori erano e sono un’altra mia passione. Ovviamente avevo anche una ricca collezione delle mie “riviste” preferite!
A Roma non conoscevo nessuno, avevo dei parenti ma abitavano dall’altra parte della città.
Il mercoledì era giornata di chiusura per cui ne approfittavo per tornare al paesello per rivedere i miei e lavare la divisa da cameriere.
La mattina presto, quando la città ancora riposava, mi avviavo a piedi di buon passo e da Trastevere, in un’ora di cammino, raggiungevo la stazione Termini.
E fu in stazione che, un giorno, si decise il mio futuro.
“Arruolati in Marina, diventerai un tecnico, girerai il mondo”.
Sono certo di non sbagliare se affermo che quello è stato lo slogan più azzeccato di tutte le campagne per l’arruolamento nelle Forze Armate.
Girerai il mondo: chi può resistere ad un richiamo del genere.
Non certo un giovane ragazzo di 16 anni cresciuto in un piccolo paese delle campagne umbre. Fu questo manifesto e la sua promessa di fantastiche avventure, non il mare di cui avevo un lontano e sopito ricordo, a spingermi verso quella che diventerà la mia nuova vita.
Papà voglio arruolarmi in Marina!
Non ci fu bisogno di discussioni. Nel mio futuro non c’erano grandi prospettive per cui a mio padre quella della Marina deve essere suonata come una buona opportunità.
Ci recammo in comune per le dovute firme e poco tempo dopo arrivò una lettera. Mi dovevo recare a Venezia per accertamenti sanitari. Trascorsi tre giorni a Venezia, poi tornai a Roma a fare il cameriere in trepidante attesa. A mia madre avevo detto che se fosse arrivata la chiamata per l’arruolamento, mi sarei licenziato per trascorre una breve vacanza. La lettera finalmente arrivò: dovevo recarmi a Taranto. Avevo appena compiuto 17 anni.
Ero convinto di andare a Taranto per qualche giorno per poi tornare a casa, pertanto nel mio bagaglio non c’erano che pochi ricambi. Al ritorno, pensai, mi prenderò la famigerata vacanza in attesa della chiamata per l’imbarco su qualche nave che, magari, sarebbe immediatamente partita per il giro del mondo.
A Taranto il primo passo verso il Basco Verde
Un bel dì entrai in una stanza dove dietro una scrivania era seduto un signore in abiti borghesi, molto cordiale. Mi fece accomodare su una sedia davanti alla sua scrivania e, dopo pochi convenevoli, mi sparò la domanda: «vuoi fare l’incursore?».
L’incursore? Ma che razza di domanda è? E chi è questo incursore”.
Un pò intimidito risposi candidamente di non sapere chi fosse e cosa facesse questo incursore.
«Vedrai ti divertirai, farai lanci con il paracadute, sparerai con le armi, andrai sott’acqua».
«E facciamo questo incursore», fu la mia risposta, sollevando leggermente le spalle.
Uscii da quella stanza con in tasca la categoria di Nocchiere/Incursore. Destinazione Scuola Nocchieri, caserma “Faravelli”, La Maddalena.
Chiamai mio padre, gli dissi che andavo a fare l’incursore. Non ne fu affatto felice. Un mio parente da poco in congedo dalla Marina, gli aveva detto che tutte le categorie andavano bene meno che quella dell’Incursore: troppo pericolosa.
La Faravelli era una caserma sui generis.
Spartana oltremodo, mancava di tutto. La doccia andavamo a farla talvolta su Nave Palinuro, in arsenale, altre volte nella vicina caserma Bastianini, la Scuola dei Motoristi e Meccanici Navali. Colazione, pranzo e cena arrivavano dalla Bastianini nelle casse di cottura. L’acqua potabile era razionata, le aule erano delle baracche di legno poste al di fuori del muro di cinta della caserma. Però in compenso quella vita spartana aveva anche alcuni vantaggi. Tanto per cominciare la disciplina, che ovviamente c’era, ma mi era sembrata leggermente più blanda rispetto a quella che avevo percepito alla Bastianini. Nel periodo estivo, durante le ore di studio obbligatorio, riuscivamo a sgaiattolare fuori dalle aule per andare a tuffarci nelle vicine acque cristalline del mare di Sardegna. E poi eravamo felici, scherzavamo continuamente tra di noi e le giornate scorrevano via leggere. La paga da aspirante allievo era da nababbi: 65 mila lire al mese gestiti dal Capo Inquadratore che controllava i nostri risparmi attraverso una sorta di libretto di risparmio. A noi venivano concesse 5 mila lire a settimana per le nostre spicciole necessità. Se avessimo avuto bisogno di più soldi dovevamo metterci a conferire con il Comandante in Seconda e motivare la richiesta.
Non so cosa mi successe e cosa cambiò dentro di me, ma iniziai a studiare con profitto le materie professionali
Rimasi affascinato dal Palinuro, mi piaceva quel mondo fatto di vele, cime e caviglie. Mi piaceva da matti il trillo del fischio con cui il Nostromo ordinava le manovre. In un’aula c’era il modellino di un veliero e, con il libro di testo in mano, trascorrevo ore intere ad imparare la nomenclatura di ogni più piccolo particolare. Imparai a chiamare con i giusti nomi gli alberi, le manovre e le parti componenti di una nave a vela. Mi piacevano anche i nodi ed ero diventato abbastanza bravo nella realizzazione delle impiombature.
Un bel dì ci fu detto che la caserma sarebbe stata oggetto di una esercitazione degli incursori, per cui le sentinelle avrebbero dovuto prestare la massima attenzione durante il turno di guardia, per sventare qualsiasi tentativo di attacco. Nessuno di noi dormì quella notte, la paura di essere fatti prigionieri da quei fantasmi della guerra prese letteralmente il sopravvento. Ve lo dico: di incursori, quella notte, non se ne vide nemmeno l’ombra!
Si fecero vivi qualche tempo dopo.
Vestiti di verde, con un fisico perfetto, basco verde in testa, ci fecero vedere un bel film, ci raccontarono di attività mirabolanti, di mitragliatrici, di nuotate sott’acqua. Era la prima volta che li vedevo dal vivo: “i miei colleghi”, pensavo dentro di me! Al termine della conferenza, forte della mia categoria di N/INC, mi avvicinai ad uno di questi figuri di verde vestiti e mi presentai quasi fossi uno di loro. La risposta, ovviamente, non c’è bisogno che la racconti.
Nel frattempo il corso da Nocchiere andava avanti. Un istruttore della Scuola talvolta ci raccontava del suo imbarco sul Vespucci, le lunghe navigazioni, l’ammirazione che la nave e l’equipaggio riceveva nel mondo, le feste a bordo: tutte storie che facevano molta presa sulla mia immaginazione.
E venne il momento per un’altro tassello del mio destino di andare al suo posto.
Chiusi il mio periodo di allievo Nocchiere con ottimi risultati, tanto che fui designato capocorso. All’epoca, non so se era ancora così, ai primi del corso veniva data la possibilità di esprimere una desiderata per l’imbarco. Io, ovviamente chiesi di imbarcare sul Vespucci, ma ricevetti una doccia fredda: non era possibile perché la nave era in crociera addestrativa e l’equipaggio era al completo. Allora il Comandante mi chiese se, come sede, preferivo Taranto o La Spezia. Risposi La Spezia.
«Bene, allora visto che devi fare il Corso Incursori ti imbarchiamo sulla nave degli Incursori, il Cavezzale, così inizi a farti un’idea di quello che ti aspetta».
Trascorsi a bordo del Cavezzale i miei tre mesi di Nocchiere tirocinante. Di Incursori non ne vidi neanche uno. Però in compenso molti a bordo si prodigarono in consigli. Per loro gli Incursori erano tutti matti da legare, spericolati e attaccabrighe. Non è che poi avessero del tutto torto!
Arrivato al Varignano per i test di ammissione al corso, chiesi di conferire immediatamente con il comandante. Volevo rinunciare e tornare immediatamente a bordo: evidentemente le chiacchiere dei miei amici Nocchieri avevano fatto presa. L’istruttore a cui mi ero rivolto, Capo Trotta, mi rispose che comunque dovevo terminare il periodo ed i test previsti, dopo di che sarei stato libero di andarmene quando volevo. Mi fecero indossare la mimetica.
Non me la sono più tolta!
In tempi recenti mio padre è tornato su quel periodo della mia gioventù quando, chiuso mestamente il discorso studi, mi intimò di trovarmi un lavoro. Lo ha fatto chiedendomi scusa per quel suo atteggiamento un pò duro che, secondo lui, ha avuto nei miei confronti. Roba da non crederci!
Lui che chiede scusa a me per avermi dato la possibilità di trovare una via, la mia via nella vita!
No papà, tu non mi devi chiedere scusa, semmai lo devo fare io per il comportamento menefreghista che ho avuto, malgrado le possibilità che mi hai dato e tutti i sacrifici che hai fatto per darmi un futuro decente. Quello che tu hai fatto si chiama educazione, ed io ti ringrazio per questo, perché senza quella educazione io mai sarei stato in grado di intraprendere quel percorso che mi ha portato a fare il mestiere più bello del mondo.
Grazie papà!
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© 2023, Mauro #669. Tutti i diritti riservati. Chi volesse utilizzare in tutto o in parte il testo e/o le foto di questo post, deve inserire il link al post originale!

Bravo Mauro, in quattro e quattr’otto hai raccontato le fondamenta che ti hanno avviato a diventare un vero Uomo, un bravo Ardito.
Bravo Mosca hai raccontato un pezzo della tua vita ,sperando che possa servire a stimolare la curiosita’ per chi vuole fare l’Incursore di Marina .
Ciao musca bellissimo ciò che hai scritto. Ma io ricordo l’esperienza che abbiamo fatto io e te quando siamo andati a mangiare al Galeone a Trastevere. Le tue parole furono andiamo a mangiare lì mi conosce ho lavorato ci fa risparmiare. Ci ha dato una mazzata un abbraccio Lione
Grande Mauro ! E’ un vero privilegio per me esserti amico !
La persona piu’ buona che io conosca