Seconda parte – Pristina
A metà novembre del 1998 iniziò la mia missione in Kosovo. Prima di partire, in previsione di dover affrontare il lungo inverno dei Balcani, feci una puntatina presso “Città di Bologna”, un fornitissimo negozio di abbigliamento sportivo spezzino (oggi scomparso) dove acquistai un bel paio di scarponi in Goretex della “Aku” ed alcuni capi di vestiario per combattere il freddo intenso.
Arrivai al Quartier Generale della KVM dopo essere transitato dal famoso Induction Center. Il palazzo che ospitava l’HQ della missione era al centro di Pristina, la capitale del Kosovo. La missione prevedeva un rimborso forfettario per le spese di vitto e alloggio per cui ognuno doveva arrangiarsi da sé. Trovai l’alloggio non molto lontano dall’HQ. Era un piccolo appartamento di tre vani lasciato libero dai proprietari che si erano temporaneamente trasferiti lasciando nella casa tutti i loro effetti. Il resto della comunità internazionale era sparsa tutta attorno ai quartieri che circondavano il palazzo dell’HQ.
Pristina
La città di Pristina, al mio arrivo, era coperta da un leggero manto di neve. Benché ci abbia vissuto per alcuni mesi, della capitale del Kosovo ho un ricordo vago, annebbiato. La ricordo come una città tutt’altro che fiorente, ma probabilmente ancora oggi il mio giudizio è falsato dalla cappa di tensione che gravava sulla città e che, certamente, inibì la mia voglia di visitare i suoi luoghi più belli.
La situazione era alquanto irreale. Conducevo una vita casa-lavoro come fossi un normale cittadino di Pristina, ma facevo parte di un nutrito gruppo di stranieri che si trovavano lì per tentare l’impresa di separare due pugili che continuavano a darsele di santa ragione, incuranti del suono del gong.
In questo inusuale contesto evitavo di frequentare locali pubblici e, più in generale, di girovagare per la città, perché il rischio di rimanere coinvolto in qualche “disputa” tra fazioni non era da sottovalutare. Ed infatti, qualche tempo dopo il mio arrivo in città, dei buontemponi pensarono bene di salutare gli avventori di un locale lanciandoci dentro un paio di bombe a mano, così tanto per festeggiare.
Non chiedetemi di cucinare
Con le pentole non sono mai stato a mio agio. Sono bravo nell’uso sapiente di forchetta e coltello ma in cucina sono a malapena capace di cuocermi un uovo sodo. A pranzo, talvolta, mi concedevo una discreta pizza “tuna fish with onion” ed un boccale di birra in una pizzeria non molto distante dal quartier generale. Altre volte gustavo qualche piatto della cucina locale in una sorta di trattoria. Il resto dei pasti li preparavo nella mia nuova abitazione, ma rimpiangevo spesso di non avere a disposizione le razioni da combattimento. Il che è tutto un dire.
Fortunatamente a Pristina non ero l’unico italiano della missione. Talvolta, la sera, ci ritrovavamo nell’appartamento di qualcuno per scambiare due chiacchiere e mangiare qualche buon piatto della cucina italiana preparato da chi sapeva come fare.
Il passaporto diplomatico
Lavoravamo tutti in abiti borghesi e viaggiavamo (io molto raramente) a bordo di vetture arancioni con vistosi adesivi con la scritta OSCE. Formalmente eravamo dei diplomatici e disponevamo del relativo passaporto, di colore rosso. Le autorità serbe avevano accordato lo status di diplomatico ai possessori del documento, attribuendo quindi tutti i relativi diritti. Tra questi c’era anche il divieto di perquisizione di borse e vetture da parte delle autorità. Questi erano gli accordi. Nei fatti poteva capitare che i nostri “amici” con quel passaporto ci si pulissero il…
Mi successe durante un viaggio in Macedonia insieme ad un ufficiale di collegamento francese. Dovevamo visionare del materiale di interesse, partimmo quindi da Pristina la mattina presto con l’intenzione di ritornare nel tardo pomeriggio. Al rientro, giunti alla frontiera, il poliziotto serbo si incaponì nel voler perquisire la macchina e, soprattutto, i bagagli. Il nostro bel passaporto rosso sventolato sotto il naso non gli fece cambiare idea. In barba a tutti gli accordi quello voleva a tutti i costi portare a termine la sua perquisizione, malgrado la nostra stoica opposizione. Eravamo in stallo. Finalmente, dopo qualche minuto di discussione, il francese estrasse dalla tasca il suo, vero, passaporto diplomatico, così al ligio poliziotto non rimase altro da fare che sollevare la sbarra confinaria e lasciarci andare.
La mia routine
La mia routine lavorativa al quartier generale iniziava la mattina presto. Sveglia alle 05.30, toeletta, piccola colazione e poi a piedi fino in ufficio. Alle 06.30 attivavo il collegamento INMARSAT con le forze NATO stanziate in Macedonia e scaricavo immagini ed eventuali documenti. Tutti i giorni.
Il mio lavoro consisteva nell’identificare movimenti di mezzi e truppe attraverso le fotografie provenienti dalla Macedonia o dai “verificatori” sparsi sul terreno. Il tutto si integrava con il resto del lavoro della branca analisi. In pratica cercavamo di fornire ai capi le informazioni necessarie per verificare se i contendenti stavano rispettando o meno la risoluzione 1190 dell’ONU. Sinceramente non mi ammazzavo di lavoro, d’altra parte le immagini da visionare non erano poi moltissime e tutte di bassissima qualità. Comunque portavo avanti il mio compito con dedizione tant’è che, ad un certo punto, mi misi anche a trascrivere i nomi dei villaggi su un grande mosaico fotografico (satellitare) che copriva l’intero Kosovo. Un lavoro che fu molto gradito.
I capi
Tra i vari “boss” che gestivano la branca operazioni un canadese mi era particolarmente antipatico. Ossessionato dal “sexual harassment”, il soggetto aveva un non so che di spocchioso e parlava ad una velocità tale che riuscivano a capirlo solo i madrelingua. Non ero il solo a cui il tipo stava sulle palle, soprattutto per quella sua odiosa caratteristica. In più di un’occasione il vice delle operazioni, un tedesco, lo aveva richiamato chiedendogli di limitare la velocità del suo “speach” ma senza ottenere grandi risultati tanto che, un giorno, minacciò di passare a dati di fatto se non avesse parlato più lentamente. Il tipo rispondeva sempre con un “yes Sir, sorry sir” ed un’attimo dopo riprendeva a parlare come se non ci fosse stato un domani.
Nuovi amici
Malgrado il mio precario inglese, strinsi una bella amicizia con due francesi ed un turco con i quali riuscii ad intrattenere un bel rapporto. Uno dei due francesi fu inserito nella mia cellula. In pratica ora avevo una sorta di “assistente”.
La qualità delle immagini che la NATO ci inviava attraverso il collegamento INMARSAT era veramente di bassissimo livello, per cui discutevo spesso con i miei tre nuovi amici: per loro le immagini erano “not so bad”, mentre io affermavo che erano “real shit”.
Inizialmente il lavoro della comunità internazionale sembrò condurre a risultati positivi. Una certa distensione dei rapporti tra le due etnie aveva portato un congruo numero di poliziotti serbi a ritirarsi dal Kosovo, in accordo alla risoluzione dell’ONU. In realtà la brace della violenza era tenuta viva dagli uomini dell’UÇK che, approfittando del ripiegamento delle forze serbe, mossero silenziosamente le loro pedine per estendere il controllo sul territorio. L’incendio divampò nuovamente a metà dicembre, quando il movimento indipendentista diede vita ad una serie di atti terroristici che, ovviamente, riaccesero la miccia della violenza.
Fine parte 2 – segue…
Ciao
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