Terza parte
Non so perché, ma mi ero messo in testa che gli americani stessero tramando qualcosa. In particolare avevo iniziato a sospettare che nascondessero delle informazioni che invece credevo fossero in loro possesso e che, subdolamente (nella mia testa), evitavano di estendere a tutta la comunità, anche se non riuscivo a capire quale potesse essere lo scopo. La mia era una sensazione, un sospetto, dettato in particolare dai movimenti di uno di loro, forse un militare in servizio come me o forse qualcos’altro. Tra i 35 e i 40 anni di età, questo tizio scompariva per un periodo di tempo più o meno lungo, salvo farsi vivo per parlottare con i “boss” e lavorare ad un computer che altrimenti era sempre spento. E poi spariva di nuovo.
Un pazzo nella KVM
E poi quelle foto che ci girava la NATO. La loro bassissima qualità non faceva che soffiare come un mantice sul fuoco dei miei sospetti. Fatto sta che una mattina, entrando in ufficio come al solito per attivare il collegamento INMARSAT, la mia attenzione venne catturata da una fotografia appoggiata sulla scrivania del capo che, lo ricordo, era americano. Era una dettagliatissima, bellissima fotografia satellitare. “Ecco qua, beccati” pensai immediatamente “questa volta se la sono dimenticata. Questa è la conferma che questi bastardi ci stanno prendendo per il culo.”
La pressione sanguigna schizzò immediatamente oltre i 100 bar. Dovevo sfogare tutta la frustrazione che mi era montata dentro. Mi misi di guardia, ansioso di veder spuntare attraverso la porta il capo. Come questi entrò in ufficio lo aggredii verbalmente e gli vomitai letteralmente addosso tutti gli insulti che conoscevo e che inventai di sana pianta sul momento. Sembravo un pazzo. Ricordo ancora gli occhi spalancati di quell’americano sulla quarantina, un po’ tarchiato fisicamente ed un po’ più piccolo di me, che indossava giganteschi occhiali da vista come quelli che si vedono spesso nei film americani degli anni ’70. Ripensandoci credo che, a ragione, con la sua espressione attonita egli mi volesse dire: “ma che cazzo stai dicendo” e, soprattutto, “ma che cazzo vuoi.”
Dovevo essere veramente fuori di me, perché poco dopo incontrai un italiano che vedendomi scuro in volto me ne chiese il motivo.
“Aspetta qui, vado a vedere” mi rispose dopo che gli avevo raccontato l’episodio.
Tornò dopo pochissimi muniti. “Tranquillizzati” mi disse, “sono incazzati anche loro perché quell’immagine satellitare è stata pubblicata dalla Nato e scaricata da internet”.
La strage di Račak
Era la mattina del 16 gennaio 1996. Alle prime luci del 15, unità delle forze di sicurezza serbe avevano attaccato il piccolo villaggio di Račak tenuto da forze dell’UÇK. Ne era nato un violento scontro che si era protratto per diverse ore. Dopo che i serbi ebbero lasciato il villaggio, intorno alle 16:30, quarantacinque civili uccisi da colpi d’arma da fuoco furono ritrovati riversi in un fosso. Quella foto satellitare scaricata da internet lasciata sulla scrivania del capo riprendeva il luogo della strage.
La tensione all’interno della comunità internazionale salì immediatamente. Iniziarono ad arrivare le foto della strage raccolte dai verificatori della KVM giunti finalmente sul posto. Non so se vi è mai capitato di vedere foto di corpi crivellati da pallottole. Posso assicurare che non è un bello spettacolo.
Il capo della KVM, l’ambasciatore William Walker, definì immediatamente la strage di Racak un crimine contro l’umanità e ne attribuì la responsabilità alle forze di sicurezza serbe.
Il 18 gennaio le autorità della Repubblica Federale di Jugoslavia dichiararono l’ambasciatore “persona non grata” e ne ordinarono l’espulsione dal territorio federale. Ne conseguiva che tutta la KVM doveva lasciare il territorio della RFJ.
Ci venne impartito l’ordine di preparare il “fifteen kilo bag”, ovvero di preparare uno zaino dal peso massimo di 15 chili con gli effetti personali essenziali.
I negoziati di Rambouillet
Intanto la comunità internazionale cercava di mettere una pezza alla questione. Intervenne il Ministro degli esteri norvegese Knut Vollebaek, Chairman-in-Office dell’OSCE, che riuscì a congelare l’ordine di espulsione del capo della missione.
Seguirono trattative e tentativi di accordo con i serbi. Il Gruppo di contatto minacciò l’uso della forza.
Erano i negoziati di “Rambouillet” dove alcune delle misure proposte riguardavano alcune questioni di sicurezza nella regione: ritiro delle forze serbe dal Kosovo, disarmo di tutte le milizie presenti sul territorio, riorganizzazione delle forze di polizia e dispiegamento di una forza multinazionale nella provincia, a garanzia dell’applicazione dell’accordo. Né serbi né albanesi firmano l’accordo.
Nel frattempo le violazioni del cessate il fuoco aumentarono da ambo le parti, esponendo il personale della KVM a rischi che le autorità internazionali giudicarono troppo elevati.
A marzo del ’99 venne ordinato un nuovo “fifteen kilo bag”. Questa volta esecutivo.
La ritirata
Iniziò così la ritirata della KVM verso la città di Ohirid in Macedonia.
Lungo la via, in particolare in prossimità dei principali crocevia, l’Esercito serbo controllava il nostro ordinato defluire schierando i carri da battaglia.
Un vecchio detto popolare recita che “la mamma degli imbecilli è sempre incinta”. Un americano a bordo del mezzo nella quale mi trovavo decise che quella era l’occasione giusta per raccogliere qualche souvenir da mostrare a casa ad amici e parenti: impugnata la sua macchina fotografica, prese a scattare alcune foto al carro armato distante pochi metri più avanti. Un militare serbo appostato a fianco del carro, resosi conto di quanto stava accadendo, ci intimò l’alt e puntando il suo AK in faccia al temerario fotografo gli urlò di consegnarli la macchina fotografica. L’ordine fu ripetuto due o tre volte. La tensione si tagliava con il coltello.
Fortunatamente la situazione si risolse pacificamente e potemmo tutti riprendere il viaggio, insieme alla macchina fotografica. Inutile dire le botte da coglione che tutti rivolgemmo al figlio di tanta mamma.
Intanto, in lontananza, già si udivano i tamburi di guerra rullare il loro cupo canto di morte e di distruzione.
© 2023, Mauro #669. Tutti i diritti riservati. Chi volesse utilizzare in tutto o in parte il testo e/o le foto di questo post, deve inserire il link al post originale!






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