Nel maggio 1992, in occasione dei festeggiamenti per il 40° anniversario della costituzione del Reparto «Arditi Incursori» della Marina Militare Italiana, COMSUBIN diede alle stampe un libro di 150 pagine intitolato «Il Varignano».
Nella prima parte di questo libro viene riproposta una interessante monografia di Pietro Fulgenzio Ferro, uno studioso del territorio spezzino molto apprezzato negli anni ’30. Nella monografia, composta da 9 capitoli, Ferro analizza la storia del Regio Stabilimento Marittimo del Varignano dal 1501 al 1930.
Tenendo fede all’articolo 4 del nostro statuto, tenere vive e trasmettere le tradizione degli Incursori della Marina Militare, e considerando che il Varignano è la casa di tutti gli Incursori di Marina, ho deciso di pubblicare integralmente, suddividendolo in più parti, l’intera monografia di Pietro Fulgenzio Ferro.
Prefazione
Nel dare alle stampe questo mio lavoro, vorrei poter presentare con esso una compiuta monografia del VARIGNANO; ma non essendomi stato possibile far più copiose ricerche di notizie e documenti, debbo contentarmi di pubblicare uno scritto di proporzioni più modeste; non così breve, però, da non poter dare a chi legge una notizia sufficiente per la conoscenza dell’origine e delle principali vicende dell’importante Stabilimento.
Trattandosi di uno scritto che riguarda un Regio Stabilimento Marittimo, mi sono fatto un dovere di dedicarlo alla nostra gloriosa REGIA MARINA, che è tata e si nobile parte delle Forze Armate del Regno, e sulla quale, come sulle altre, l’Italia nostra ha sempre fatto e potrà sempre fare ogni migliore assegnamento in qualsiasi evento, in pace ed in guerra.
Spero di aver fatto un lavoro non del tutto inutile, e mi lusingo che esso verrà accolto favorevolmente, se non da molti, almeno da coloro che si interessano della nostra storia locale.
La Spezia – Maggio 1930 – VIII
P.F. FERRO
IL TERRITORIO DEL VARIGNANO
Con la denominazione di Varignano s’intende oggi dai più, e specialmente da coloro che non sono nativi del paese, quel complesso di fabbriche che sorge sull’estremo lembo della collina che scenda dal monte Mezzorone (1) e si profila verso il golfo della Spezia in direzione nord-est, fra le punte dorate del Pezzino e di S. Maria. Fino da antico tempo, però, la denominazione di Varignano si è sempre estesa a tutto quel tratto di territorio che è circoscritto dalla linea che, partendo dall’estremo nord della punta del Varignano, si profila verso il monte Mezzorone fino alla strada carrozzabile Le Grazie – Portovenere e, oltrepassandola, prosegue verso sud-est fino alla Cappella di S. Antonio Abate, per discendere, lungo lo spartiacque della collina, verso il mare, sino al Forte di S. Maria.
Il complesso di fabbriche che si ammirano al Varignano era, in passato, più particolarmente noto con il nome di Lazzaretto, perché appunto costruito dalla Repubblica di Genova per trattenervi in quarantena le merci, i passeggeri e gli equipaggi dei bastimenti contumaci, prima di ammetterli a libera pratica nel territorio dello Stato.
Perciò, prima di parlare del Varignano inteso nel senso più ristretto relativo alle sue fabbriche, mi piace dire qualche cosa del suo territorio, di cui si ha notizia nelle carte medievali, sino dall’XI secolo.
Infatti, le più antiche notizie del Varignano si trovano nelle vecchie carte del Monastero del Tino, e risalgono, più precisamente, all’anno 1051, al 1052 e poi, più in su ancora, sino all’anno 1077, e seguenti. In tali documenti, che contengono atti di donazione di terre, fatte dai marchesi Obertenghi al Monastero di S. Maria e S. Venerio del Tino, il luogo stesso è chiamato, variamente: Varignano, Veniamo, Vergano e Verinano.
Circa il toponimo in discorso, ho sempre pensato che debba cercarsene l’etimo nelle caratteristiche topografiche del luogo e nella lingua degli antichi Liguri, che dovettero certamente abitare il Varignano prima della conquista romana.
I nomi propri dei paesi, scrive Cesare Cantù, sono i documenti antichi più sicuri, perché sono i meno mutevoli. Var nell’antico dialetto ligure significa acqua, e molti luoghi, perché vicino alle acque, vantano questa radice. Abbiamo così: Varenna sulle acque del lago di Como, a ponente di Como è Varese sul fiume Olona; a Dervio sbocca nel lago il fiume Varrone, ecc. Il fiume Varo in Francia e il nostro Vara, che si getta nel Magra, hanno sicuramente la medesima origine etimologica. I primi Normanni, derivati dai Celti-Liguri, chiamavano se stessi Varenghi, quasi uomini abitanti vicino alle acque. Janus era ritenuto dagli antichi Liguri come il loro eponimo e veniva da essi adorato sotto le sembianze di un uomo a due facce, l’una davanti e l’altra di dietro, quasi a significare che egli vedeva nello stesso tempo il passato ed il futuro e li personifica entrambi. Quindi, dall’unione del nome Var (mare, fiume, acqua) col nome Janus (Giano, da cui Genua=Genova) potrebbe ritenersi originato il nome Varignano; quasi a dire: Mare di Giano; oppure: luogo presso il mare di Giano; la qual cosa proverebbe la origine ligure dei primi abitanti del Varignano.
Ciò posto, il toponimo «Varignano» dovrebbe risalite ad epoca anteriore alla espansione romana nell’antico Portus Lunae, ossia nel golfo della Spezia, essendo ormai pacifico che le due denominazioni si equivalgono.
Mi conferma nella su esposta opinione l’esistenza al Varignano di un antico muro di difesa, costruito con pietre non molto grosse e senza calce, della larghezza, in alcuni punti, di quasi due metri e, attualmente, dell’altezza di circa un metro e mezzo per le manomissioni di esso avvenute lungo il corso dei secoli dall’epoca della sua costruzione fino ai nostri tempi. Questo muro, partendo dalla porta d’ingresso della villa situata nel piano campagna della piccola valle, s’innalza fino al sommo della «Montà di Ria» volge, ad angolo retto, a ponente, profilandosi oltre la collina dei «Senti», volge verso sud sino alla cappella di S. Antonio Abate e poscia a nord-est sino alla strada carrozzabile e di qui fino alla collina di «Litio», da cui discende a nord per ricongiungersi alla suddetta porta d’ingresso, formando in tal modo un’ampia cintura di riparo e difesa attorno alla valletta.
Naturalmente, l’anzidetto muro di cinta, dopo così lunghi secoli di esistenza, non è più nella sua originaria efficienza; anzi, per molti tratti della sua lunghezza se ne scorgono appena, e non sempre, le tracce. Però, in alcuni punti, come, ad esempio, ai due angoli sopra la «Montà di Ria» e la collina di «Litio», lo stesso muro presenta tali particolarità di costruzione da far pensare che esso, più che un semplice muro di riparo agricolo, fosse invece una cinta difensiva di qualche antico abitato umano. Infatti, oltre la grossezza straordinaria punto richiesta da un muro agricolo, sull’angolo a nord della «Montà di Ria», mediante altra costruzione verso l’interno, lo stesso muro prende la forma di un quadrilatero circa metri dieci di lato e dell’altezza di circa tre metri; il quale potrebbe ben essere il basamento di un antico castelliere posto a difesa del luogo. Presso la collina del «Litio» lo stesso muro ha una grosse minore, ma le moltepietre ammonticchiate lì presso sembrano avanzi di antichi casolari diroccati, oppure di altro castelliere uguale a quello della opposta collina della «Montà di Ria».
La qualità delle pietre, il carattere costruttivo del muro, che, presso la «Montà di Ria», nella parte meglio conservata, e di pietre non molto grandi, visibili, nelle due facce esterne con riempimento di pietre più piccole all’interno, nonché le altre particolarità accennate più sopra, rendono assai verosimile la ipotesi della esistenza di qualche antico abitato ligure entro il perimetro di questo muro di circonvallazione. Sarebbe a desiderare perciò, che venisse eseguito in questo luogo qualche scavo: ne potrebbe venire alla luce fondi di capanne, tombe arcaiche, od altri antichi oggetti da cui ricavare maggiori elementi di giudizio intorno ad esso.
Non vi ha dubbio, dopo gli studi e i lavori pubblicati in proposito da Ubaldo Mazzini, e da altri, sulla identità dell’antico Portus Lunae, come ho già accennato, con l’attuale golfo della Spezia; il quale, non avendo anticamente alcuna grande città che potesse ricordarlo, fu detto di Luna, forse dalla sua configurazione; essendo provato che esso già era conosciuto e così denominato prima della fondazione romana della città di Luni, alla quale avrebbe esso dato il nome, anziché riceverlo dalla città stessa.
Questo magnifico golfo con i suoi numerosi seni ben difesi dai venti, profondi e assai comodi, non poteva sfuggire all’astensione dei Romani, i quali lo scelsero come uno dei luoghi più adatti del Mediterraneo per concentrarvi le loro armate navali.
Incerto è l’anno in cui i Romani si impadronirono del golfo della Spezia, togliendo ai Liguri; né, essendo perduti i libri di Tito Livio che narrano delle guerre contro i Liguri, è cosa facile stabilirlo.
Però, conoscendosi che le prime guerre dei Romani con i Liguri datano dal consolato di Quinto Minucio Rufo, cioè dall’anno 197 a. C., se ne può ragionevolmente dedurre che fino da quell’epoca, o molto vicina ad essa, i Romani siansi impadroniti del Golfo.
I Romani lasciarono taccia non dubbie della loro presenza nel golfo della Spezia. Mi limito a ricordare soltanto quelle che hanno relazione col territorio del Varignano, togliendone le notizie da una pubblicazione postuma di Ubaldo Mazzini, curata dal ch.mo Ubaldo Formentini, succedutogli nell’Ufficio di Direttore della Biblioteca, Museo, e Archivio Storico del Comune della Spezia, e in quello di R. Ispettore Onorario degli Scavi e Monumenti della nostra regione.
Riferisce poi (il Mazzini) il seguente brano del Gonnetta (Saggio istorico descrittivo della Diocesi di Luna Sarzana – Sarzana, 1867; pag. 19): «Il Falconi ritrovava pure presso il Varignano un lungo muro reticolato e diversi pavimenti antichi, con antico serbatoio di acqua in parte danneggiato». Il Formentini aggiunge: «Realmente il muro reticolato trovasi ancora nella località, e un pezzo di pavimento a mosaico è custodito in una delle case coloniche ivi esistenti. Si tratta senza dubbio di avanzi dell’epoca repubblicana».
Il serbatoio suddetto trovasi precisamente ai confini della «Montà di Ria», sul versante sud-est della collina che separa l’ansa delle Grazie da quella del Varignano. Sopra la testata di ponente di questo antico edificio è stata costruita, in tempo non molto lontano, una casa a due piani, attualmente di proprietà del rinomato fotografo Cav. Zancolli Rodolfo, della Spezia.
Il muro reticolato di cui è cenno più sopra trovasi nella villa sottostante, alle falde della collina di «Litio»; ma parecchie altre parti di muro reticolato trovasi anche qua e là nei dintorni della villa medesima. Gli antichi edifici, attualmente interrati, dai quali fu tratto il già ricordato pavimento a mosaico, sono situati nel piano di campagna della villa «Varignano», alle falde della collina «Montà di Ria». Il pezzo di pavimento a mosaico già custodito nella casa colonica abitata dall’agricoltore Bello Giuseppe (quell’istesso che lo aveva ritrovato eseguendo alcuni scavi nella località, e ora defunto) fu donato, in seguito a mio interessamento, dai proprietari della villa «Varignano», Sigg. Dott. Lorenzo Glendi ed Eredi del fu Dr. Pantrini Cav. Lorenzo, al Museo Vicino della Spezia, e collocato in capo alla prima scala di accesso alla Biblioteca, ove si può vedere tuttora.
È difficile dire se gli antichi edifici suddetti servissero per i bisogni delle armate navali dei Romani, o se trattisi invece di edifici ad uso di abitazione di qualche agiata famiglia romana. I versi della Satira VI di Persio:
«… Tiepida ora è qui
la ligure riviera e ad invernali
ozi il mio mare invita: ché di grosse
scogliere adergenti le rive e in molte
vallette brevi il lido si raccoglie.
Di Luna il porto veder giova, o amici! …»
potrebbero far pensare che il Poeta amasse passare l’invernale stagione in un qualche luogo tranquillo del nostro folto; e questo luogo potrebbe ben essere stato il seno del Varignano, anche se non si posseggono più sicuri documenti per poterlo affermare.
Non si può ragionevolmente escludere, però, che il Portus Lunei, detto in seguito Portus Veneris, ed ora Golfo della Spezia, il quale «contiene in sé tanti altri piccoli seni , tutti sicuri e profondi anche vicino alla riva» (Strabone – V. 222) non abbia servito come luogo di ormeggio – ormeterion – alle armate romane, particolarmente nei tempi della Repubblica, per le guerre contro i Liguri e per quella di Spagna; e non si sarebbe, quindi, troppo lontani dal vero pensando che il seno del Varignano (come anche quelli del Gezzano e di parola) debba appunto aver servito per detto uso alle navi romane, come uno dei luoghi del Golfo il più sicuro e adatto per esse.
Di qui partiva, infatti, nel 215 a.C, col suo esercito, il console Manlio Torquato, per recarsi in Sardegna a sedarvi una sollevazione; nel 195 a.C. il console Marco Porcio Catone per navigare, costeggiando la Liguria e la Gallia, a Roses nella Spagna, mentre nel 44 dell’era cristiana qui di dettero convegno le navi romane condotte da Claudio contro la Britannia.
Certo il Golfo della Spezia e, perciò, anche il Varignano, dovettero subire, nel 641, la feroce invasione di Rotari, che mise a ferro e a fuoco tutti i paesi abitati lungo il litorale da Luna a Genova; nonché le incursioni poco meno disastrose dei Normanni di Hasting nell’846, e quelle successive dei Saraceni; per cui non è da meravigliare se ora più non si scorgono che pochi e miseri ruderi delle opere portuali marittime che i Romani avevano edificato lungo le spiagge del Golfo.
Dopo la caduta dell’impero di occidente, il Golfo della Spezia e quindi anche il Varignano, seguì le vicende del territorio di Luni, passando successivamente dalla dominazione bizantina a quella dei Longobardi e dei Franchi e, assai probabilmente, anche a quella della Santa Sede, in seguito alle donazioni di Pipino, di Carlo Magno ed a quelle più seriori di Matilde di Canossa.
Sul finire del secolo XI, o poco dopo, Genova estendeva il suo dominio su Portovenere e il suo territorio fino al canale che scorre fra i due monti Castellana e Mezzorone, e perciò anche sul Varignano; acquistando dai Signori di Vezzano i diritti che essi avevano sul detto territorio.
Impossibile, data l’indole di quel lavoro, tener dietro a tutte le successive variazioni della territoriale del Varignano dall’inizio della dominazione genovese a Portovenere fino ai nostri giorni; solo dirò che la maggior parte di essa appartenne in passato al Monastero di S. Maria e S. Venerio e che soppresso questo, nel 1797, dalla Repubblica Ligure democratica, le proprietà ed i beni monasteriali passarono al Magistrato di Misericordia e ad altre Opere Pie di Genova e da questi istituti, in enfiteusi perenne ai Nob. Boccardi; ai quali passarono, in seguito, definitivamente, parte per compera fattane, parte per compenso dovuto dalla Repubblica al Nob. Cav. Gio Batta Bartolomeo Boccardi, Ministro Plenipotenziario della medesima, per onorarii e per danni da lui sofferti, in detta sua qualità, a Rastadt, in seguito ad una sommossa militare ivi avvenuta nel 1799 in occasione del Congresso di pace che prese il nome dalla città stessa.
Oltre le poche case coloniche sparse per la campagna, trovasi al Varignano e più precisamente alle falde della collina di Lito, dal lato che guarda a nord, verso il mare, un gruppo di case, quasi tutte addossate le une alle altre, di evidente aspetto medievale. È questo il vicus Varignanus, che, sebbene di qualche importanza ed antichità, non ebbe mezzo di maggiormente svilupparsi a motivo della costruzione del Lazzaretto e del muro di cinta che ne chiude il suo seno; la qual cosa privò il bor del suo vicinissimo mare, da cui, insieme con l’agricoltura e altri lavori manuali, traevano gli abitanti, mediante la pesca, il loro sostentamento. Se così non fosse stato, il Comune di Portovenere avrebbe ora una grossa borgata di più, non certamente inferiore alle altre sorelle per la sua ottima postura marittima, attorniata da fertilissima campagna, ricca di viti, di olivi e di altre piante fruttifere.
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