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UN’AVVENTURA DURATA MEZZO SECOLO. 7° EPISODIO
Il giro della Palmaria
Premessa:
Il nome non ha nulla a che vedere con le palme, sembra invece derivi dal termine celtico “balma” che significa grotta, caverna, scoglio. Sto parlando dell’isola Palmaria che insieme alle isole Tino e Tinetto costituiscono l’arcipelago spezzino e l’estremità occidentale del Golfo dei Poeti.
La Palmaria, unica delle tre isole ad essere abitata, ha una forma pressappoco triangolare, una superficie di circa 2 km quadrati, un’altitudine massima di 190 mt sul livello del mare e oggi è patrimonio dell’UNESCO. Volendo nuotarci intorno si copre una distanza di circa 6 chilometri, naturalmente seguendo un percorso lineare.
“State bene?”. Era la domanda che quotidianamente l’istruttore di Combattimento in Acqua ci rivolgeva, guardandoci negli occhi, prima di iniziare il briefing mattinale per illustrarci l’attività del giorno.
Era importante che il nostro stato di salute fosse ottimale per scongiurare qualunque incidente in mare, specie l’iperossia, incidente dovuto a molteplici fattori tra i quali lo stato di salute.
La fase acqua
La “fase acqua” è sempre stata la parte più dura del Corso Incursori infatti tutti avevamo perso qualche chilo e sul nostro volto avevamo la caratteristica abbronzatura “ad oliva” dovuta all’esposizione al sole della sola faccia cerchiata dal mefisto, durante le lunghe nuotate in superficie.
Nel briefing, con l’ausilio di gessetti e una lavagna classica da aula scolastica, l’istruttore disegnava, a grandi linee, il poligono e spiegava le varie fasi del tema addestrativo; in un angolo scriveva i nominativi delle coppie indicando i vari ruoli Capo Squadra, Vice, Capo Coppia e Sezionario o Coppio. Nel nostro reparto la coppia è più piccola unità operativa.
Nello spogliatoio tutti seduti su panche di legno , ognuno vicino al proprio coppio e vestiti in gamma per metà, assistevamo con molta attenzione all’illustrazione dell’attività che da lì a poco avremmo dovuto effettuare in mare; da alcune settimane sempre la stessa: nuoto di superficie e subacqueo, in squadra o in coppia con bussola; i percorsi da coprire sempre più lunghi.
Da diverse settimane eravamo sempre in mare nel Golfo dei Poeti del quale conoscevamo ogni fondale, ogni cala e soprattutto la Diga Foranea, circa 2250 metri di lunghezza, utilizzata come base misurata.
Fratelli
“Si va al passo del più lento”, anche questo veniva sottolineato sempre nel briefing. Era fondamentale imprimere nella nostra mente e nel nostro cuore il concetto di “unione”; la squadra parte insieme e rientra insieme, ”non si lascia nessuno indietro”.
Un concetto fondamentale questo e di fronte alle difficoltà di qualcuno intervenivano i “Fra” incitando, scaricando o rimorchiando. Questa parte la ricordo molto bene perché più volte sono stato anche io quello in difficoltà e Raffaele, Gennaro, Salvatore, Eliano, Fabrizio, Giovanni, Mario, Ilario, Luigi venivano in mio aiuto. Questo condividere la fatica e la sofferenza ha suggellato in noi nel tempo quel concetto di “fratellanza” importantissimo nei reparti come il nostro.
Le settimane scorrevano veloci e la nostra abbronzatura ad oliva era sempre più marcata, il resto del corpo era bianco, nel mio caso bianco come il bucato di mia madre fatto con la cenere. Saremmo potuti andare in spiaggia durante il fine settimana, ma chi ne aveva voglia, l’unica cosa che volevamo era dormire, riposarci perché il lunedì si ripartiva con la sveglia all’alba, le draglie, la gamma, l’ARO, i pinnotti Rondine e l’integrazione addestramento notturno che affettuosamente non ci facevano mai mancare i Baschi Verdi.
Il giro della Palmaria
Avevamo nuotato in lungo e in largo nel golfo spezzino e tantissimi i chilometri fatti, sicuramente più di 150 ma restava il test finale, “il giro della Palmaria”: 6 chilometri individuali di nuoto operativo pinnato in assetto con la gamma, i piombi e a tempo.
Era fine luglio e per evitare il traffico del diporto nautico partimmo presto, verso le 6:00 del mattino. Come al solito imbarcammo sulla “banana” una lancia tipo quelle utilizzate sulle unità navali come tender; gli istruttori al seguito sui battellini di legno con motore fuori bordo, loro avrebbero garantito il controllo e l’assistenza durante l’attività.
Pochi minuti di navigazione e giungemmo in Palmaria al traverso dello scoglio di Torre Scola, qui poche parole da parte del Direttore al Corso che, raccomandandoci di nuotare in modo più rettilineo possibile, ci fece gli auguri e immediatamente dopo la partenza, tutti insieme come nelle gare di nuoto, ma senza il colpo di pistola.
Subito il gruppo iniziò a sgretolarsi, i più veloci guadagnarono acqua. Il giro era in senso orario.
Attraversai Cala dello Schienello e doppiai Punta della Mariella. Per distrarmi pensavo a tutti i consigli che mi erano stati dati dagli istruttori: spalle chiuse, braccia incrociate lungo l’addome e per il massimo rendimento le pinne non debbono rompere la superficie dell’acqua. Pensavo, cercavo di impegnare la mente e mi auguravo di incontrare un po’ di corrente favorevole doppiato Punta Sud dell’Isola.
Giunto sul lato ovest dell’isola, lato mare aperto, nonostante la bella stagione il mare era leggermente increspato quindi non aiutava certamente, ma guardando lontano intravedevo punta San Pietro di Portovenere quindi ero circa a metà del percorso. Dopo un rapido calcolo mentale mi resi conto di essere nei tempi ma la strada era ancora lunga.

Le bocche di Portovenere
Alle Bocche di Portovenere il leggero moto ondoso che entrava nella baia fu un sollievo. Bellissimo il borgo con tutte le case-torri colorate, ma non c’era tempo per distrarsi il tempo correva, correva più veloce di me e mancavano ancora più di 1000 metri all’arrivo. Su un battello l’istruttore “il Biondo”, venuto a mancare alcuni anni fa, ma di cui conservo un bellissimo ricordo, mi incitava a non mollare, ero stanco ma determinato a non fallire la prova.
Per un attimo rivolsi lo sguardo verso l’arrivo e con sollievo lo intravidi, la nostra “banana” ormeggiata ai vivai dei mitili vicino a un barcone officina per la loro lavorazione. Poco dopo cominciai a sentire anche le voci dei miei fra che mi spronavano a non mollare. Gridavano “forza Zippetto, non mollare“. Zippetto era il mio nomignolo perché ero piccolo fisicamente e pesavo poco più di 60 chili, bagnato.
Finalmente l’arrivo, ero stanchissimo e anche un poco preoccupato circa l’esito della mia performance.
Non ho mai saputo quale fu il mio tempo ma sicuramente meno delle tre ore consentite, probabilmente poco, poco meno, ma ero contento perché la mia avventura con il berrettuccio verde sarebbe continuata.
Ma questa è un’altra storia.
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