Il poligono elettronico

Dai racconti di Mauro

Quella che leggerete di seguito, è la storia della nascita e dell'evoluzione dei bersagli elettroni per l'addestramento al tiro operativo.
Il testo è tratto interamente ed integralmente dai racconti di Mauro, Ardito Incursore dell'11° Corso, Operatore che con pazienza, dedizione, ingegno ed inventiva diede letteralmente vita a questi congegni che consentirono l'addestramento avanzato al tiro operativo e speciale di tanti Operatori, di Marina e non.
Tipologia di addestramento che ancora oggi continua ad essere utilizzata impiegando le tecnologie più attuali ed evolute di queste macchine.
Siamo certi di non sbagliare, infatti, se affermiamo che i bersagli elettronici gestiti da un computer che si trovano oggi, numerosi, in commercio, non siano altro che i figli di quelli inventati e messi in opera da Mauro e dagli Incursori di Marina negli ormai lontani anni '70.
Ciò non deve meravigliare il visitatore di queste pagine.
Così come nella seconda Guerra Mondiale gli Incursori di Marina, i leggendari operatori della Xa MAS, inventarono il "maiale", il "barchino esplosivo", i "Gamma", insomma un modo completamente nuovo di offendere il nemico in mare, così nel dopoguerra e, soprattutto, nel periodo buio degli anni di piombo, gli Incursori di Marina continuarono a risolvere con inventiva ed ingegno problematiche operative forse meno eclatanti e meno definitive di quelle sopra citate, ma certamente non meno importanti per l'assolvimento della missione assegnata.
E, come scoprirete più avanti, i bersagli elettronici entrano, di diritto, in questa storia.

Buona lettura.

Addestramento al tiro con i bersagli Panerai
Addestramento al tiro con i bersagli elettronici Panerai
Bersagli elettronici Panerai
Bersagli elettronici Panerai
Addestramento al tiro con i  bersagli Panerai
Addestramento al tiro con i bersagli elettronici Panerai
Bersagli elettronici Panerai
Bersagli elettronici Panerai
Bersagli elettronici Panerai
Bersagli elettronici Panerai
Si setta il poligono elettronico
Mauro alla centralina del poligono elettronico Panerai

S.A.T.: relazione più umana che tecnica

Di che si tratta.
S.A.T. significa Sistema di Addestramento al Tiro (con armi portatili) ed è il nome vero del cosiddetto poligono elettronico, detto anche in due o tre altri modi.
Relazioni tecniche su questo ingegno ne ho viste scrivere, lette e persino scritte, molte. L'ultima nota scritta al riguardo, la inserii nella "memoria storica del tiro con armi portatili al Reparto" del gennaio 1993: tale "memoria" trovò posto, quasi integralmente, nel Manuale del tiro approntato dal Comandante del Gruppo Francesco Chionna, nello stesso anno. Ora vorrei raccontare la storia vera di questo strumento che ha segnato per quasi due decenni la storia del Gruppo.

Nel correre degli anni, allo scopo di esasperare la precisione e la prontezza della reazione a fuoco dell'Operatore, erano stati introdotti estrosi strumenti addestrativi tutti pretesi ad allontanarsi dalla vecchia sagoma con manifesto e cerchi. Abbiamo visto ed usato sagome liberate da detonatori elettrici comandati a distanza (Barabino); sacchetti di sabbia piombare addosso al tiratore in movimento allo strappo del ritegno, sempre con detonatore (sempre Barabino); furono adottati cavi in pendenza e carrucole con sgancio elettrico delle sagome; arrivammo a quintali di batterie per attivare decine di bersagli che venivano mossi da solenoidi tolti dai motorini di avviamento delle auto.
Nei primi anni '70 non ne potevamo più, i poligoni movimentati erano diventati infernali, macchinosi, esagerati, benché efficaci (Vassale, Nardò).

Accadde che il Gruppo vincesse il premio addestrativo e che la somma di Lire 400.000 fosse assegnata a me personalmente, per volere di Vassale, per la realizzazione di un poligono innovativo che avrei dovuto inventare basandomi sulla fantasia, l'elettronica e le mire addestrative avanzate, dello stesso Vassale.

Ero nella squadra C.M.I. e mi divertivo molto. Il caposquadra era Jimmy ed i compagni erano tutti dei grandi amici: professionisti seri. Ritagliai dei lunghi scampoli di tempo sia negli orari di lavoro che in quelli liberi e, cominciando dalla solita cassetta da 2.000 colpi da 9 lungo, misi a punto due poligoni. Intendiamo per poligono, noi, non un posto dove si spara, ma un Sistema più o meno sofisticato per riprodurre in esercitazione situazioni reali di combattimento in guerra o di interventi speciali.

L'Artigianato.
Il primo Sistema lo chiamammo doverosamente "A". Nella cassetta da 2.000 colpi da 9 lungo, tagliata ad arte dal Capo carpentiere Pilia, avevo sistemato una sorta di giradischi robusto, mosso da un motorino da tergicristallo; i dischi, intercambiabili a secondo della difficoltà dell'esercizio, col loro movimento accendevano , con una sequenza pseudo-caotica, una decina di sagome disposte a semicerchio ad altezze ed a distanze variabili, dinanzi al tiratore in piedi, in posizione fissa ed arma in caccia.

Al secondo sistema andò automaticamente il nome di "B". Spendendo delle trentine di migliaia di lire, avevo acquistato alla GBC (ora, ma anche allora, Ghironi) in via Fiume, alcuni kit elettronici da montare per gli usi più disparati e ci avevo ricavato dei sensori disperati di due tipi: ottici ed acustici. Unico intervento esterno fu l'approntamento di due temporizzatori, detti centraline, che costarono la metà di tutta l'impera, presso una Ditta di Torino trovata da Vassalik. L'Operatore, arma in caccia, questa volta si muoveva secondo i dettami del combattimento terrestre nei meandri del forte Bramapane: a seconda che impegnasse o meno la luce di una finestra o facesse più o meno scricchiolare il terreno accidentato, attivava, per via dei menzionati sensori, una o più sagome che entravano in moto sganciate dai soliti solenoidi o trascinate da motorini a corrente continua, di recupero dallo sfascio di autoveicoli.

Detto così, pare una cosa da nulla. Fu invece una faccenda piuttosto complessa. Intanto era tutto da inventare perché non c'erano precedenti noti: ma la fantasia non mancava, le idee abbondavano; mancava invece il tempo, c'era una fretta indiavolata per il seguente semplice motivo: alle prime prove del primo prototipo, il Vassalik nostro dette per realizzato il progetto e incominciò ad organizzare dimostrazioni! 

Allora passai dei mesi arruffati: chiesto ed ottenuto un valido collaboratore, ci trasferimmo in coppia al Bramapane dove da solo già soggiornavo da tempo. Il primo Sistema, essendo basato sull'illuminazione caotica di un bersaglio alla volta, all'aperto si poteva usare solo di notte, era relativamente semplice, si tappavano i buchi dopo l'esercizio, lo capivano tutti, anche gli spettatori inesperti: infatti, quando fu presentato all'ammiraglio De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina, in una frenetica giornata alla foce del Serchio, lui ne restò entusiasta. Il sistema "B", essendo molto più bello, più complesso e sofisticato, non lo capiva nessuno ed era difficile da mettere a punto e da spiegare: ne fece le spese il 27° Corso, messo a mia disposizione per le prove a fuoco dal T.V. Roberto Vassale, divenuto Direttore della Scuola Incursori. Il giorno della presentazione ufficiale, lassù al forte era una giornata bellissima, avevamo steso una settimana di cavi, fatto centinaia di prove, tarato le cellule a raggi infrarossi per tutte le condizioni, registrato la soglia dei rumori di fondo, per ogni situazione, approntato un esercizio dimostrativo a fuoco con l'esplicitazione del risultato del percorso fornito automaticamente senza lettura delle sagome: mentre il drappello dei visitatori salivano con due Campagnole gli ultimi tornati, scoppiò un condensatore elettrolitico e prese fuoco la centralina-temporizzatore della Ditta di Torino! Cosa accadde in quei momenti lo sa solo Benevieri: era lui il mio valido collaboratore temporaneo! Quatto confabulare col Direttore. Risultato:
- Fate in modo che vada lo stesso.
- Dateci almeno dieci minuti.

Trovò la scusa che c'era ancora troppa luce. Morsi Benevieri che non si dava pace, rotolai giù dal muro la centralina: ponticelli, arrotolamento di cavi, pulsanti per il comando manuale, file di batterie ferroviarie in serie; alla prova in bianco le barriere a raggi infrarossi andavano di lusso, ma i microfoni erano sempre attivi per via del chiacchiericcio dei visitatori: inventammo una trappola per attivare artificialmente il sensore di rumore di fondo a tempo debito. Facemmo partire la coppia di operatori dopo la spiegazione dei fatti: furono sentiti dal microfono e spararono su tre sagome abbattibili che si erano manifestate; feci apparire una sagoma lontana nel corridoio, per tirare alla quale si esposero nella luce di una finestra scatenando lampeggiamenti e scoppi dietro il muro lato monte. Comandai ad arte l'apparire di bersagli lungo l'itinerario: fuoco a raffica ma in sicurezza; alla fine si accesero un lampeggiatore ed una sirena: troppo tempo! Per spiegare l'arcano feci io il percorso punteggiato a fuoco, mentre Benevik attivava, segretamente, ora un sensore ora un altro. Mi chiesero qualche spiegazione. Promossi. Ne vennero fuori decine di sedute notturne. Una notte di nebbia fitta, un colpo di rimbalzo forò la tomaia e la mia gamba, senza sfiorare lo stinco: dovevamo ancora inventare le traversine.

Dall'artigianato all'industria.
Colpo di scena: imperversando le brigare rosse, il Governo decise si affidare subito a noi l'incarico di un mestiere nuovo e segreto che era vietato chiamare antiterrorismo; chiamammo "Centro Studi Speciali" il Reparto staccato del Gruppo destinato ad inventare in Italia gli interventi speciali; chiamammo "Torre" il gruppo di operatori destinato a compierli.

Furono assegnati una quantità di fondi mai visti, ed in contanti, da spendere con procedura insolita. Fu comprato di tutto: armi e materiali mai visti, autoveicoli, vestiario speciale. Furono costruiti edifici, ristrutturati apprestamenti come Varignano, Punta Castagna, il forte del Muzzerone. Fu asfaltata la strada delle Case Rosse al Forte: un regalo per il Comune! Incominciammo a frullare per l'Europa.

Il Muzzerone e Punta Castagna furono rifatti su misura per il poligono elettronico. Mi acchiapparono subito. Mi dissero di prendere baracca e burattini e di andare a Firenze, dove le Officine Panerai lavoravano meccanica fine e qualcos'altro, da molto, anche per noi. Mostrai loro i miei marchingegni. Loro ebbero l'ordine di copiarli, automatizzandoli; si rivolsero all'Università di Pisa e trovarono una preziosa collaborazione: due giovani elettronici specializzati in informatica si licenziarono in tronco dalle Officine Galileo per assumere l'incarico della realizzazione del progetto SAT. Per incominciare, la Ditta comprò in Svezia, dalla Saab, dieci macchine muovisagome elettriche che, trasformate, furono munite di elettronica per colloquiare fra di loro con l'Unità di Controllo. In capo a tre mesi mi ritrovai fra le mani il primo Sistema "A" nuovo con tanto di centralina controllata da microprocessore; si chiamò centralina perché nel 1978 il Personal Computer non era stato realizzato. Il Sistema presentava bersagli amici e nemici, rilevava automaticamente i colpi messi a segno, elaborava il risultato immediatamente. Di li a poco uscì il Sistema "B" che sentiva e vedeva. Uscirono anche il "C" e il "D"; sentivano , vedevano, facevano i miracoli ma non rispondevano al fuoco! Trovai il verso di farli sparare; collegai ad alcuni bersagli alcune PMB selezionate a raffica; se la sagoma ingaggiata non veniva colpita in tempo, incominciava a sparare e smetteva quando colpita o quando finivano i colpi. Avevo anche inventato un bersaglio nemico che, se non colpito quando e come dovuto, sparava ad un bersaglio amico, la formula memorizzata per l'elaborazione del risultato faceva il resto! la Ditta mi considerava, uno di quei Natali mi regalò un prosciutto, graditissimo.

Quando il bersaglio incominciò a sparare.
A Cadimare avevo un banco di prova in salotto e la sera era tutto uno scattare di solenoidi che avrebbero dovuto tirare il grilletto come volevo io. Con una valigetta nera portavo, in motorino, i pezzi avanti ed indietro a seconda dei progressi. Il comandante Bercini che, oltre ad essere il fondatore del CSS ne era il responsabile, era un appassionato estimatore del poligono, mi teneva in una vera considerazione e mi stava alle costole; era affascinato dal macello che facevo nel mio grande laboratorio, su al CSS appunto, dove quando ero di servizio, vi dormivo pure, per non perdere tempo ad andare in camerata qualche ora (ad esser sincero, facevo anche tribolare abbondantemente il giovane di turno con me, ma, seppi in seguito, molti erano contenti di capitarci). Per tornare a bomba, la raffica partì una sera alle undici, era a salve ma fece un bel fracasso: corse la guardia che rassicurai dalla finestra; telefonò il comandante Bercini:
- lo sapevo che eri te! Scommetto che il bersaglio va!
Arrivò dopo un minuto con l'ammiraglio. Mi portò da bere.

Elettronica con contorno di traversine.
Benché avessimo dapprima intrapreso la strada della trasmissione dati via radio, per una serie di validi motivi tornammo e restammo ai cavi; però i cavi si rivelarono dannatissimi bersagli diretti, indiretti, di striscio e di rimbalzo, di qualsiasi proiettile di qualsiasi calibro. Il Prugna ed io, in una mattinata, a botte di due etti di tritolo, scassammo duecento metri di canala in cemento, diligentemente appena costruita da una Ditta Ferrari o Joly della Spezia; la canala (il Prugna la chiamava così) era stata pensata, all'unanimità, per ospitare e proteggere i preziosi cavi, ma si era rivelata la loro disfatta.
Un sabato mattina mi venne l'idea delle traversine ferroviarie e la sbattei sul tavolo della sala pianificazione, alla coppia instancabile Bercini-Pianiggiani: il mattino del lunedì incominciammo a rastrellare traversine dismesse nei vari depositi del Compartimento ferroviario di Firenze; memorabili le Stazioni dell'Ardenza e di Sarzana; nella prima Capo Margiacchi si mangiò un operaio capopopolo con la "testa come un cocomero", come disse l'impiegato dell'economato; l'impiegato merita una spiegazione: fulgido esempio di onestà, serietà e fermezza. A Sarzana sfiorammo la tragedia: Filippo Galletti manovrava la gru e caricavamo alcuni camion con rimorchi; ricordo Dosi e Copelli, ma c'era anche qualcun altro; il braccio della gru tocca la linea aerea, il cavo tocca la sponda del rimorchio, il cerchione tocca la rotaia, succede una vampa, s'incendia l'erba della massicciata, Pippo scappa, noi imbianchiamo, il caposervizio elettrico di stazione strilla come un pazzo saltando fra i binari. Quando ci riprendemmo tutti, il rimorchio non voleva venir via; il cerchione era saldato alla rotaia!

Mediamente una traversina pesa un quintale: il Prugna ed io ne mettemmo in opera mille: quel sabato non feci certo una bella pensata.

Dopo che il ministro dell'Interno Cossiga Francesco, venne ad assegnarci l'incarico a domicilio, il poligono elettronico divenne il fondamento della preparazione del Team Torre e di tutto il Reparto. Non solo, di fronte al dilagare delle imprese criminali delle brigare rosse, furono istituiti Reparti speciali della Polizia (NOCS) e dei Carabinieri (GIS) ai quali fornimmo istruzioni complete e turni di sedute di addestramento coi poligoni. In seguito toccò ai paracadutisti ed alla Finanza. Le visite di personaggi nazionali e stranieri non si contarono: alcuni venivano portati al Muzzerone ed altri a Punta Castagna; difficilmente dopo la prima volta accettavano un'altra dimostrazione e, comunque, difficilmente ci capivano qualcosa.

Quando il VIP veniva introdotto nella stanza dell'irruzione (noi l'avevamo sempre chiamata entrata, in italiano, ma quando cominciarono ad imparare gli altri, arrivarono le finezze tecniche ma soltanto nelle nomenclature), gli veniva spiegato che sarebbero entrati degli operatori sfondando la porta, che avrebbero sparato sui bersagli e che si sarebbero fiondati nei vari locali bonificandoli; io gli raccontavo come avremmo seguito l'azione di persona e tramite la macchina meravigliosa, dalla quale avremmo saputo in decimi di secondo il primo colpo messo a segno su ogni bersaglio in ognuna delle stanze, la salute o la morte del bersaglio o dei bersagli amici, il tempo complessivo dell'azione, che, ovviamente, doveva essere terribilmente breve per non dare il tempo ai terroristi di intervenire sugli ostaggi. Finita questa fase di preamboli, avevo preso l'abitudine di osservare l'atteggiamento degli osservatori: succedevano delle cose da pazzi quando la porta saltava con l'esplosivo o veniva sfondata a fucilate di pallettoni, e le raffiche si sprecavano e ti schizzavano sui piedi mostri neri mascherati con diavolo addosso. La centralina tirava le somme con la velocità della luce coi suoi codici ed i suoi decimi di secondo e centesimi di risultato: io spiegavo i fatti in pratica con la padronanza che mi potevo permettere e, solitamente, mi potevo premettere di tutto, tanto era lo sbalordimento di quegli esseri. L'unico che mi sorprese per la vigile attenzione fu il ministro Lagorio che, a parte i sobbalzi all'entrata con dovizia di esplosioni e raffiche, mi sembrò che restasse presente allo svolgimento dell'azione e, soprattutto, anche dopo, quando spiegai che erano morti tutti quelli che dovevano morire ed eran salvi, oltre a noi, gli ostaggi: gli dissi quanti colpi erano stati sparati, con quale successione nelle varie stanze e che tutto s'era svolto in secondi quattro e decimi due. Mi chiese spiegazioni sui tempi e gli spiegai che il tempo di quattro e due era compreso fra lo scoppio della porta e l'ultimo colpo messo a segno nella stanza più lontana. Si, ma lui... aveva sentito una raffica certamente più tardi; l'avevo sentita anch'io e mi piaceva poco ma... la spiegazione l'avremmo trovata nel resoconto degli operatori in ripiegamento. Intanto, quelli arrivavano trafelati coll'entusiasmo e col cuore di sempre e si schieravano nel stanza dell'entrata, della condanna della centralina, del ministro, dell'ammiraglio, del comandante e mia. Mi rivolsi l'operatore della stanza sette, la più lontana, gli dissi il suo tempo meraviglioso d'intervento e gli domandai che intoppo c'era stato: lui era giovanissimo e si chiamava Gesuino; disse candidamente che aveva tirato bene e subito dalla finestra, ma che poi, ripiegando, gli era sembrato che si muovesse ancora e ci aveva scaricato il caricatore! Il ministro gli diede la mano, io gli tirai una manata sulla spalla e una manatina la tirai anche al ministro che si complimentava. Il comandante Bercini stava sulle spine (e ne aveva motivo) ma era contento (e ne aveva motivo); l'ammiraglio era stralunato e non so se era contento.

Conseguenze.
Dosik, che era il più appassionato dei fotografi conosciuti, riprese dall'infermeria il Capo del Gabinetto del Ministero dell'Interno, al suo arrivo in banchina: portò nella stanza doppia di Punta Castagna una bella fotografia della faccia del Funzionario, che fu appiccicata alla testa del manichino da salvare. All'arrivo dei VIP, spiegazione ed arrampicamento nella vetrina coi vetri antiproiettile: non si mancò di far notare la faccia del manichino più importante!

Si spalanca la porta, irrompono a schegge otto così neri nell'appartamento semi-buio: lanci di flash bang, schizzi di fuoco, raffiche controllate, colpi di fucile, ansiti nelle maschere, gracchiare di radio, fumo e odore di polvere salgono dalle stanze senza tetto con le pareti divisorie scosse dagli scoppi e dagli spintoni. Ripiegamento galoppante coi manichini trascinati a fagotto.

Fuori dell'uscio, la centralina registra i decimi dell'interruzione delle barriere a raggi infrarossi in ogni stanza, l'abbattimento di ogni bersaglio nemico e dell'unico bersaglio amico in tempi furiosi: trasalimento e speranza in un guasto. A soffocare la speranza, l'auricolare ansante spara "Situazione: sei lupi morti, una pecora morta".
Fottuti!

Sbucano dalla vetrina facce terree; vagano fra le paratie ora illuminate a giorno, annaspano nel fumo nel ronzio dei estrattori ed escono all'aria aperta: una spia rossa lampeggia nel display; appoggiato al muro, un bambolotto con brandelli di foto per faccia, perde segatura dal capo sfondato.

Il VIP trova una parvenza di sorriso dinanzi agl'individui allineati immobili:
- Se mi sequestrano non venite a liberarmi!

A cose fatte, concitata resa dei conti e calma dichiarazione del nostro:
- Ehi! Io non conosco nessuno. Come entro sparo subito a tutti.
Lo ritrovammo al Terminillo.

Qualche figuraccia.
Una toccò al Prugna al quale avevo lasciato le consegne con il poligono pronto per tutte le prove e le raccomandazioni del caso: quando mise in moto, si dimenticò un passaggio e non si mosse di un passo; quando incominciarono a chiedergli "all'ora s'incomincia", scappò  per il bosco e, mi raccontarono, saltava sulle rocce come uno stambecco.

A me toccò una notte che erano venuti in sessanta da Livorno, in più c'eravamo parecchi di noi e qualche osservatore. Approntato che avemmo tutto con la collaborazione entusiastica degli ospiti, eseguito il test, fatta la spiegazione, arrivato il momento della partenza del primo operatore per la prima serie, si bloccò tutto e non ci fu verso di ripartire; non avevo una centralina di riserva e quella bloccata non fui buono di convincerla, malgrado ogni tentativo. Non potemmo far altro che smobilitare. Non successe più, né a me né agli altri: procurammo di avere sempre la riserva di tutto, anche la riserva della riserva.

Per fortuna, nessun incidente grave.
Sappiamo che l'attenzione non sempre basta, un po' di fortuna ci vuole sempre, meglio se è tanta.

Nel labirinto delle stanze, su un percorso articolato per un solo operatore alla volta, mentre nella penombre eseguivo da solo un controllo, vidi i bersagli muoversi, sentii sparare nella prima stanza e poi correre e sparare di nuovo; mi buttai a terra contro una parete, arrivò Gennaro mi vide e non mi sparò, che Dio lo benedica sempre! Era successo che Giuà, in seguito detto 'o lione, per un malinteso aveva dato il via.

Nel giorno che prese il nome della "ferocia", un indiavolato sparò a bruciapelo su una macchina inerte di riserva che avevamo accantonato dietro la stessa parete mia.

Parecchi anni dopo, nelle stesse stanze già rivestite più volte, un giovane di complemento di un'Arma che non dico si smarrì nel vero senso della parola e si mise a piangere: riuscii a prenderlo alle spalle, a farlo sparare su qualche sagoma e a promettergli di non dire la verità al suo capo, se no se lo mangiava e faceva bene. Promesso.

In un esercizio per due operatori esperti che avanzavano a sbalzi nel corridoio grande dei centro metri, sbagliai l'impostazione della sequenza, successe una situazione grave di pericolo: i due operatori erano davvero esperti, uno bravissimo, uno fortunato, a Massimiliano ed a me si gelò il sangue. Stop, riponemmo i ferri, ci facemmo un caffè collettivo.

Cosa costò e cosa mi dette.
Mi costò moltissimo lavoro: molte preoccupazioni. Poi, per fare sparare gli altri, gradatamente dovetti smettere di sparare e fu la rinuncia che mi pesò di più; ero un discreto tiratore ed avevo partecipato per anni alle gare di tiro: coll'avvento del SAT, finita la fase iniziale dei collaudi, mi ritrovai a fare qualche serie di prova durante la messa in opera e, sempre, i tiri fuori sagoma per la tarature dei sensori del colpo... Qui ci va una spiegazione: gli accelerometri sono i sensori che, tramite le vibrazioni, rilevano i colpi che trapassano le sagome; per evitare che la sagoma si "suicidi", per la semplice sollecitazione acustica dello sparo o per il sibilo della palla, ad ogni sensore va regolata la sensibilità ed il sistema più sicuro è quello di sparare su ogni sagoma da vicino sbagliandola di pochissimo. Una vola a Fossola, mi accorsi che Danilo e Pascariello mi osservavano esterrefatti, mentre sparavo da due metri su una sagoma nuova e su dieci colpi ne avevo messo a segno due e male. Avevo preso l'abitudine di non dare spiegazioni se no ci voleva troppo tempo e invece c'era sempre fretta.

Mi dette molte soddisfazioni.

Suvvia... un po' di tecnica.
Voglio anche trascrivere l'osservazione che misi in chiusura del resoconto che preparai nel 1988, allo scadere dei primi dieci anni dall'introduzione del SAT, si vedrà che neanche in quell'occasione si trattò solamente di metodi, di avarie, di statistiche, di manutenzioni:
A margine della dettagliata statistica sulla preparazione dei nostri operatori, ci pare di dover rilevare come l'assenza della figura di un "giudice-istruttore" ponga il tiratore dinanzi ai risultati immediatamente interpretabili forniti dalla macchina, consentendo una positiva forma di autoaddestreamento.
Non si può tacere una particolare curiosa tendenza (alla quale è stato anche dato un nome), riscontrata nelle nostre squadre: alcuni operatori fra i più spavaldi mostrano una certa avversione per il Sistema: si ritiene a causa bell'inflessibile giudizio della macchina, che annulla la fama di spregiudicato tiratore acquisita con mediti molto più "empirici".

Il nuovo strumento fu anche scuola di Reparti antiterrorismo delle altre Forze Armate e della Polizia, rivelando subito interessanti caratteristiche: si constatavano infatti vistosi miglioramenti fin dalle prime sedute dei gruppi che via via venivano inviati presso di noi; accadeva inoltre che gli operatori più dotati raggiungevano livelli eccellenti con un numero di colpi sparati irrisorio ed in tempi brevissimi rispetto a quelli usuali; si dovrà accennare allo strano provvedimento adottato da un Reparto della Polizia: la sospensione dell'addestramento col SAT perché il personale non acquisisse "un'esagerata perizia".

Il tiro sportivo.
Trovarono il verso, complice certe favorevoli circostanze e la passione di due bravi vigili urbani della Spezia, di trascinarci, col nostro esclusivo Sistema, in una manifestazione sportiva che fu un grande successo per diversi anni. Il poligono che non era nato per certi scopi, si dimostrò abbastanza flessibile ma non mancarono gli inconvenienti: riconosceremo a Giorgio, prezioso collaboratore, il merito di trovare qui sempre intelligenti soluzioni correttive. A quello che poi prese il nome di "effetto Polini", non trovammo soluzione se non reinventando un poligono su misura: tale ingegno sortì dalla collaborazione di tre amici me compreso ed era semplicemente mostruoso; al punto che ora giace nella cantina di uno di noi tre. Troppo bello.

L'effetto di cui trattasi si verificava quando un tiratore prontissimo colpiva la sagoma nell'attimo preciso in cui la stessa si stava attivando: la concomitanza dell'ordine di attivazione, del rilievo del colpo a segno e della trasmissione del dato, mettevano in sofferenza la centralina che, il più delle volte, non registrava il bersaglio come colpito. Ora, sarà chiaro a tutti che nel tiro in guerra non può accadere che uno tiri a qualcuno prima che questo si manifesti; nel tiro sportivo, due persone (o due mostri) ci sono riusciti: precisamente, una volta un colonnello dell'Aeronautica e, cinque volte consecutive, il nostro Polini, appunto. Mi dispiacque per il colonnello che, professionista del tiro e di mirabile correttezza, accettò il verdetto di "bersaglio mancato", in una gara che certamente avrebbe vinto. Per il nostro, fu più difficile.