Gibilterra, la Decima assalta la Roccia

mappa tratta da Wikipedia

mappa tratta da Wikipedia

Gibilterra ed Algeciras come le vediamo oggi su Google Hearth

 

Porto militare di Gibilterra
Vista del porto militare di Gibilterra

Navi mercantili alla fonda nella baia di Gibilterra
Navi mercantili alla fonda nella baia di Gibilterra. In primo piano Puente Mayorga
Navi mercantili alla fonda visti dalla spiaggia di La Linea
Spiaggia di Puente Mayorga: gli obbiettivi dei Gamma

Chiunque controlli Gibilterra supervisiona anche il movimento delle navi in entrata e in uscita dal Mediterraneo. In termini di potenza militare e navale, pochi luoghi hanno una posizione più strategica di Gibilterra.

Con queste poche parole Larry S. Krieger nel suo libro “World History: Perspective on the past”, riesce a ben delineare quale importanza riveste per gli inglesi la piazzaforte, vera e propria porta del Mediterraneo.

Posta sull’estrema costa meridionale spagnola, nel punto dove l’oceano Atlantico si incontra con il “Mare nostrum“, Gibilterra è una stretta penisola di soli 6,7 chilometri quadrati, la maggior parte dei quali occupati dalla ripida Rocca. La piccola città di Gibilterra si estende alla base della Rocca sul lato ovest della penisola ed è collegata alla città spagnola di La Linea da un istmo basso e sabbioso lungo circa 1,5 km. Gibilterra, nota come la Roccia, era ed ancora oggi è una importante base aerea e navale britannica pesantemente fortificata che protegge gli interessi inglesi, essendo l’unico ingresso al mar Mediterraneo dall’oceano Atlantico.

Rocca di Gibilterra
La Rocca di Gibilterra in un’immagine d’epoca – tratta dal sito della Aeronautica Militare

Durante il secondo conflitto mondiale il notevole traffico di navi da guerra e mercantile nella baia di Gibilterra non poteva non attirare l’attenzione degli uomini della Decima.

Ben presto, infatti, furono pianificate e condotte le operazioni per mettere sotto assedio, dal mare, la roccaforte inglese.

Furono le sfortunate operazioni B.G.1 e B.G.2 dell’autunno del ’40, succedute dall’altrettanto sfortunata operazione B.G.3 del maggio ’41, con il sommergibile Sciré e gli Incursori ad ingaggiare una sfida mortale con la difesa nemica.

Finalmente con l’operazione B.G.4 del settembre 1941 il successo arrise ai nostri, anche se non nella misura sperata . Ancora una volta lo Sciré beffandosi degli inglesi si infilò tra le maglie della sempre più imponente difesa consentendo agli Incursori di colpire la petroliera Fiona Shell, la motonave Durham e la cisterna militare Derbydale

Anche la Regia Aeronautica tra il 1940 e il 1943 effettuò alcune missioni di bombardamento della munita base inglese, utilizzando velivoli S.M.82 e Piaggio 108 della 274a Squadriglia Bombardamento a Grande Raggio (BGR), che sganciarono bombe e motobombe “FFF”, ottenendo l’affondamento di qualche unità mercantile.

Per gli uomini della Decima, nel frattempo, la situazione, si era fatta difficile. Lo smacco subito dagli inglesi con l’operazione G.A.3 il 19 dicembre 1941 (attacco al porto di Alessandria d’Egitto con il pesante danneggiamento delle corazzate Valiant e Queen Elizabeth) se da una parte pose gli uomini della Decima sulla copertina dei libri di Storia, dall’altra permise ai britannici di rafforzare le conoscenze tecniche e le tattiche utilizzate dagli italiani con la diretta conseguenza che le contromisure anti mezzi insidiosi vennero notevolmente potenziate. Ne scaturì che l’impiego del sommergibile per il rilascio degli Incursori nella Baia di Gibilterra non era più possibile e, di conseguenza, non era più possibile attaccare Gibilterra dal mare.

Ma, fortunatamente, agli italiani manca tutto meno che l’inventiva. Ben presto nuove idee e nuove “armi” consentiranno ad un pugno di uomini di continuare a tenere sotto pressione l’importante base inglese. Queste “armi” sono passate alla storia come Olterra e Villa Carmela.

Olterra e Villa Carmela, le due basi avanzate della Decima Flottiglia MAS, costituiranno una spina nel fianco degli inglesi per tutto il periodo bellico e sono state la punta della lancia di una complessa organizzazione segreta che ha messo in campo numerosi attori, tra i quali spiccano i nomi di Antonio RAMOGNINOGiulio PISTONOPaolo DENEGRI.

Cosa sapevano gli inglesi

Prescindendo da possibili informazioni di carattere generale che potevano deriva da fonti di intelligence, di cui però non abbiamo molte evidenze, le prime notizie sull’esistenza di nuove armi, probabilmente subacquee, per l’attacco al naviglio nei porti, la Royal Navy le ricavò direttamente “sul campo” già a partire da terzo mese di guerra.

Le chiare foto aeree del sommergibile “avvicinatore” Gondar in affondamento al largo di Alessandria d’Egitto il 30 settembre 1940, mostravano chiaramente sulla coperta del battello tre inediti, grossi cilindri, evidentemente destinati al trasporto di “qualcosa”…; inoltre, navi britanniche trassero in salvo, oltre alle circa 45 persone che normalmente componevano l’equipaggio di un battello di quel tipo agli ordini di un tenente di vascello, ulteriori 9 naufraghi tra i quali un capitano di fregata, altri quattro ufficiali e altrettanti sottufficiali di cui ben tre della categoria “palombari”.
Si trattava del comandante Mario Giorgini – responsabile dei mezzi d’assalto, allora Sezione Armi speciali della 1a Flottiglia MAS – e dei sei operatori, oltre a due riserve, per i tre “maiali”.

Una circostanza che non passò certamente inosservata sollevando molti interrogativi tra i britannici. 

La successiva serie di informazioni fu acquisita dalla Marina britannica già in occasione della prima azione fallita degli “S.L.C.” rilasciati dallo Sciré nella rada di Gibilterra il 29 ottobre 1940. La possibilità del ritrovamento da parte del nemico di relitti di semoventi subacquei, o di parti di essi, al termine delle azioni, era un rischio ben presente sin da subito ai comandi italiani dei mezzi d’assalto. D’altra parte, nonostante le installazioni predisposte (carichette esplosive) e le particolari procedure per l’auto-affondamento dei “maiali”, era inevitabile che non tutto potesse essere totalmente distrutto… Dei tre “S.L.C.” di quella sfortunata missione, tutti andati in avaria, uno fu recuperato quasi intatto dagli spagnoli, mentre il relitto, fortemente danneggiato, di un secondo fu ritrovato sul fondo del porto da palombari britannici. Inoltre, una coppia di operatori cadde prigioniera all’interno della base dopo aver attivato la carica del proprio mezzo precipitato irrimediabilmente sul fondo. Nonostante le pressioni esercitate sugli spagnoli dagli inglesi per farsi consegnare il semovente di cui questi erano venuti in possesso fossero andate a vuoto, è abbastanza probabile che questi ultimi siano riusciti a fotografare molti particolari.
Quelle immagini, confrontate con il relitto recuperato, e le dotazioni degli operatori catturati consentirono agli specialisti britanni di farsi una prima idea, anche se approssimativa, delle caratteristiche e delle modalità operative dei “maiali”. A questo scopo contribuirono anche talune notizie tratte dagli interrogatori degli operatori presi prigionieri che, sebbene volutamente distorte da questi, contribuirono anch’esse ad una miglior conoscenza dell’intero sistema d’arma. Le complete caratteristiche di questo mezzo – e anche delle attrezzature dei relativi operatori – verranno poi meglio rilevate nel luglio del 1941 quando i britannici vennero in possesso del relitto di uno dei due “S.L.C.” che avevano partecipato all’attacco a Malta. Sebbene il semovente fosse stato sabotato e ritrovato suddiviso in tre tronconi, il mezzo era sostanzialmente integro e dal suo studio poterono esserne ricavati rapporti e disegni assai particolareggiati.

Fu però solo dopo l’eclatante successo di Alessandria d’Egitto che, su spinta dello stesso Primo ministro Winston Churchill, la Royal Navy iniziò la realizzazione di un mezzo analogo, il “chariot” Mk 1, che divenne operativo nel settembre 1942 ed ebbe un impiego operativo breve, ma non privo di successi. Va peraltro tenuto presente che l’accertata esistenza dei nostri semoventi subacquei e la conoscenza di massima delle loro procedure di attacco non impedì l’impiego (e i successi) in quanto le installazioni e gli accorgimenti difensivi non poterono essere messi in atto a breve termine e comunque, pur senza essere risolutivi, costituirono un peso logistico ed economico non indifferente per il nemico. Cosa che, da sola, costituiva per i mezzi d’assalto il raggiungimento di un successo strategico di grande portata.

Il testo sopra riportato è interamente tratto dal libro “I MEZZI D’ASSALTO ITALIANI 1940 – 1945” di Erminio BAGNASCO,  edito da STORIA MILITARE