Era la mattina del 16 gennaio 1996. Alle prime luci del 15, unità delle forze di sicurezza serbe avevano attaccato il piccolo villaggio di Račak tenuto da forze dell’UÇK. Ne era nato un violento scontro che si era protratto per diverse ore. Dopo che i serbi ebbero lasciato il villaggio, intorno alle 16:30, quarantacinque civili uccisi da colpi d’arma da fuoco furono ritrovati riversi in un fosso.
I baschi verdi si raccontano. Storie di vita reale.
Arrivai al Quartier Generale della KVM dopo essere transitato dal famoso Induction Center. Il palazzo che ospitava l’HQ della missione era al centro di Pristina, la capitale del Kosovo.
Dopo le prime lezioni finalizzate ad illustrarci l’equipaggiamento, la vestizione con la gamma e la complessa preparazione dell’ARO, una mattina ci preparammo per l’assetto in acqua. Vestiti con la gamma, cintura di piombo agganciata in vita e pinne in mano, dal nostro spogliatoio situato sulla banchina lato nord del seno del Varignano ci spostammo sul pennello scuole.
Quando il 29 maggio scorso le agenzia di stampa hanno battuto la notizia di scontri durante una manifestazione di protesta a Zvecan, nel Kosovo settentrionale, dove sono rimasti feriti 30 militari della NATO – di cui 11 italiani del Nono Reggimento Alpini “Aquila” – vecchi ricordi ormai sopiti sono tornati a galla.
Eh si perché anche io sono stato in quelle terre nell’ormai lontano 1998, in forza alla “Kosovo Verification Mission”.
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