A mia moglie se non dovessi tornare
Era uno dei mezzi d’assalto
La vita, la preparazione e la religione degli arditi del mare per un’esclusiva maniera italiana di sconfiggere e di sbalordire il nemico, nel diario di un ex impiegato milanese caduto a Malta
(dal nostro corrispondente di guerra)
Da una flottiglia Mas, luglio.
Un impiegato milanese, richiamato all’inizio della guerra in Marina col grado di sottocapo cannoniere, era stato assegnato a un treno armato e quindi, dietro domanda, ai mezzi d’assalto. Nell’impresa di Malta scomparve sotto il mitragliamento degli aerei nemici lasciando alla moglie e alla bambina solo un diario dal giorno in cui aveva rivestito per la seconda volta la divisa, un quaderno nero coi bordi rossi in cui egli parla della sua decisione, dell’attesa, dei compagni: un quaderno in cui il pensiero della morte è sempre presente, sereno e chiaro, con una preparazione vigile, con un’offerta umile e sicura. Nella prima pagina v’è scritto:
«Nel caso che adempiendo al mio dovere dovessi trovare la morte, prego colui a cui capitasse nelle mani questo quaderno di volerlo cortesemente rimettere a mia moglie: Adelia Mocchi, via Cesare de Sesto 8, Milano». Semplicemente come un capo di vestiario e col linguaggio delle cose comuni.
Sotto queste parole, dopo aver letto con commozione quello che il diario contiene, mi sembra d’altra parte che non se ne potrebbero aggiungere ancora: «E lo leggano tutti gli italiani per capire quanto si possa amare il proprio Paese». Lo leggano i bambini e i soldati, le madri e le spose di quelli che combattono, gli amici e i nemici: leggete, questo è un soldato uscito dalle pattuglie del lavoro, un impiegato di una grande città che tutte le mattine prendeva lo stesso tram, sempre alla stessa ora, e all’ufficio trovava le stesse carte, e aveva quindici giorni di ferie all’anno. Leggete tutti, un uomo semplice, modesto, laborioso che amava la sposa e la sua bambina, la madre e il padre con tutto il cuore; quest’uomo si è scelto un compito di morte come un privilegio, giorno per giorno preparandosi a votarsi a un’ideale che si staccava dalla vita.
«Va bene, ti prendo»
Questo e nient’altro. Ma nel diario non v’è solo il segreto di una vocazione eroica, tenuta nascosta per molti mesi; v’è tutta la vita di quei mesi, le macchine, gli ordigni; v’è tutta la storia dei mezzi s’assalto, vi sono dei segreti che non appartengono a quest’uomo, che anche i suo cari debbono ignorare, perciò non si può pubblicarlo così come è scritto, e neppure sua moglie può conoscere quei segreti, fino a quando non finirà la guerra e la sua bambina leggerà queste pagine con una cantilena ancora inconscia, guardando gli occhi della mamma che si veleranno di pianto prima dei suoi perché il quaderno parla a lei, chiamandola per nome ad ogni pagina, mostrandole tutta la bellezza del sacrificio per un ideale vero.
Ma da queste pagine penso che fin da ora si possono trarre, senza svelare alcun segreto, la storia e la religione di un uomo e dei suoi compagni per un’esclusiva maniera italiana di sbalordire e di sconfiggere il nemico.
Il sottocapo cannoniere Leonildo Zocchi aveva atteso molto tempo prima di conoscere lo esito della sua domanda, finché al comando del treno armato la X Flottiglia Mas non inviò un scheda da riempire. Il suo comandante allora lo mandò a chiamare: «Sai nuotare? Hai già avuto destinazioni in climi tropicali? Sei idoneo all’imbarco sui sommergibili? Perché hai fatto quella domanda? La confermi?». Poi una lunga visita medica all’ospedale di Marina: apparato respiratorio, apparato circolatorio, apparato digerente, udito, vista, naso, gola, denti, sistema nervoso. Poi ancora silenzio, mentre per altra via la X Flottiglia Mas chiedeva nuove informazioni ai carabinieri e al casellario giudiziario, per sapere tutto di lui e della sua famiglia. Finalmente fu invitato a presentarsi alla Flottiglia degli arditi, dove lo portarono subito dal comandante:
— Perché vuoi venire con noi?
— – Per il mio Paese, per provare agli italiani e ai nemici quello che sappiamo fare.
— Hai pensato bene al passo che compi?
Il primo tuffo
Questo gli disse guardandolo negli occhi, nel fondo del cuore e del pensiero. «Risposi – scrive alle prime pagine del diario – che avevo pensato a tutto». Il comandante lo guardò ancora senza parlare, poi disse: «Va bene».
Da quel momento egli entrava a far parte degli arditi del mare.
Gli dissero che quello era un segreto, che non doveva parlarne con nessuno, neppure coi piloti di altre specialità; e nessuno doveva conoscere neppure la sua destinazione. Poteva dire qualunque cosa, mai però che faceva parte dei mezzi di assalto. A nessuno, neppure a sua moglie e a sua madre. E come dirlo a sua moglie? Come metterla a parte del suo segreto, spiegarle a quale rischio si sarebbe esposto? Gliene ne sarebbe mancato il coraggio anche se glielo avessero richiesto. Ma non si pente; nelle stesse pagine in cui scrive che sua moglie lo avrebbe scongiurato di desistere da suo proposito leggiamo: «Penso che quando si da la vita per la nostra Patria, la morte dev’essere bella e lieve; quando poi si pensa che io da solo, se mi va bene potrò affondare un nave nemica, trovo che la mia vita sarà ben spesa».
Al terzo giorno gli fanno fare il primo tuffo in mare con un costume che inguaina tutto il corpo e lo tiene a galla dolcemente, come si fosse sospeso in mezzo all’aria. Al quarto la prima istruzione sul motore, sulla guida, sui vari congegni; poi sul modo di lanciare il piccolo motoscafo, di puntare sull’obiettivo, di sorprendere il nemico. L’ebrezza del potere che viene dato in sua mano lo esalta, la velocità e il guizzare dello scafo inafferrabile lo entusiasma. È un privilegio raro, concesso a pochi! La prora che colpirà a morte la nave si alza ardita, il motore urla, due ali candide di spuma accompagnano il pilota nell’immensa, lucente via della gloria. E in fondo allo scafo il pilota in un buco, con pochi strumenti, un volante, un salvagente alle spalle. La nave che ha scelto come bersagli è a poche centinaia di metri, lancia lo scafo a tutta velocità, blocca il timone, abbassa una leva rossa a sinistra. Dietro a lui si stacca aprendosi in due il salvagente, egli si butta in mare a corpo morto. Va sotto, l’acqua lo copre, poi viene gettato a galla, vede il salvagente che ballonzola nella scia del bolide in corsa contro il nemico, deve raggiungerlo in poche, forti bracciate, prima dello scoppio che non deve coglierlo in acqua. Seduto sul salvagente, l’ardito può vedere la fine della nave che ha preso di mira se fino a quel momento il nemico non sarà riuscito a colpirlo scatenando tutta la furia della sua formidabile difesa.
Col pretesto di un incarico di servizio, il comandante al quinto giorno, dopo che il nuovo allievo si era reso ben conto di quello che si preparava a fare, lo mandò a Milano affinché lo incontro con la moglie, la madre e la bambina provassero una sua decisione. Arrivò di notte, svegliò sua moglie chiamandola dalla strada. «Lei corse giù ad aprirmi – scrive – un attimo e poi ci trovammo l’uno nelle braccia dell’altro. Rimaniamo stretti così sotto il portone senza parlare, poi un seguito di domande a cui rispondevo in modo vago non potendo dire la verità. Arrivato in casa la scena si ripete con mio padre e con mia madre, e anche a loro risposi che stavo bene e che era destinato a un buon posto». I due giorni trascorsero rapidamente e giunse il momento del distacco: «Mia madre mi si aggrappò al collo e sembrava che non volesse lasciarmi più. Alla stazione mi staccai a stento dalle strette infinite di mia moglie e salii in treno. Se fossi stato ancora un po’ a terra non sarei riuscito a trattenere le lacrime e ciò non sarebbe stato bello, perché i soldati non devono commuoversi lasciando la famiglia per raggiungere il loro posto di combattimento».
Alla piccola base lontana da tutti, il comandante lo guardò negli occhi e gli chiese se a casa stavano tutti bene. «Signorsì, tutti bene». Nella pagina di quel giorno leggiamo: «Stasera faremo le prove, ognuno col proprio motoscafo. Finalmente. Aspettavo con ansia questo giorno». Il nuovo assalitore non aveva cambiato idea.
Tutti eguali
Nell’eremo degli arditi del mare la vita si svolge laboriosa e cameratesca. Fra comuni, graduati e ufficiali non esistono differenze oltre quelli sostanziali che reggono i rapporti fra gregario e Comandante; il trattamento è lo stesso mangiano tutti alla stessa mensa, ognuno ha la sua camera, tutti la stessa qualifica: pilota. Non esistono differenze per il grado di fronte a un compito così rischioso che offre un premio unico: la morte per la Patria. «Faremo tutti la stessa fine – si legge nel diario – nell’intento di riuscire nell’impresa che ci sarà affidata».
Viene la volta della prima esercitazione collettiva in mare; è la prova dell’attacco, il forzamento della base, ognuno col proprio motoscafo, guidati da un ufficiale che segna la via fino in casa del nemico e poi ad ognuno lascia iniziativa di colpire. La Formazione degli assalitori viene dal mare aperto, si avvicina cautamente alla base, supera tutti gli ostacoli che il nemico può disseminare a difesa, entra nel porto; rombando corrono uniti in una sola scintillante scia spumosa tutti gli scafi mantenendosi nella corsa folle a pochi palmi l’uno dall’altro, infilandosi insieme per l’angusto varco che si sono aperti, poi si irradiano nello specchio d’acqua e ognuno piomba saettando sul suo bersaglio. Tutto si svolge bene. Il comandante è soddisfatto, ma aggiunge che questa volta c’era la luna, che gli sbarramenti si vedevano in distanza, che le navi erano a portata di mano. La notte dell’azione, dell’attacco vero, sarà ben diversa. Sarà una notte buia e bisognerà orientarsi egualmente, scegliere il bersaglio e colpirlo. «Impareremo anche questo – conclude il Comandante – e impareremo a fare sempre meglio. A me tocca la vostra preparazione materiale, a ciascuno di voi quella spirituale affinché lo spirito non venga a mancare all’ultimo momento».
Il Decalogo degli arditi
Il sottocapo Zocchi, dopo altre visite mediche, dopo ripetute prove, viene riconfermato ai mezzi d’assalto, mentre altri per questo o quel motivo sono scartati. Un giorno il Comandante riunisce i nuovi piloti e consegna loro il Decalogo: «Non devo dirvi nulla. Leggete. Qui dentro c’è tutto». Il decalogo ha la forma di un album con la copertina di colore azzurro, in cui sono stati incisi, in alto a destra, lo stemma dei Savoia con la corona e il monogramma reale, a sinistra queste parole: «Prego bensì che l’una e l’altra cosa, la vittoria e il ritorno, tu conceda, ma se è una cosa solo, O Dio, tu darai, la vittoria concedi sola». Sotto a caratteri più grandi: «Per il Re e per la Bandiera». Apriamo il volume. Nella contropagina è stampato il nome del pilota. Nessun altro può possedere il Decalogo nessuno può averlo in ricordo o in omaggio, neppure le più alte personalità della Marina. È il Decalogo del privilegio che spetta solo agli arditi del mare. Leggiamo nella seconda pagina: «Gli uomini della 10ª Flottiglia Mas che nelle operazioni fino ad oggi compiute sono caduti o sono stati catturati dal nemico hanno durante il lungo periodo di preparazione passato fra noi, seguito una norma di vita che la prova dei fatti ha dimostrato essere la indispensabile piattaforma etica dalla quale essi hanno potuto e saputo elevarsi alla gloria del successo e all’apoteosi del sacrificio. Il Decalogo dell’operatore è l’espressione sintetica dell’insegnamento che essi ci hanno lasciato. Essi ce lo hanno dettato prima di partire ordinandoci di osservarlo con la stessa tenacia e la stessa fede loro. Reparti d’assalto della Regia Marina, obbediamo i nostri eroi! Il Comandante». Poi i dieci comandamenti degli intrepidi equipaggi, seguiti ciascuno da un suggestivo commento:
- Sta zitto. – È indispensabile mantenere il segreto anche nei minimi particolari e con chiunque, anche con i parenti e gli amici più cari. Ogni indiscrezione è un tradimento, perché compromette la nostra opera e può costare la vita a molti dei nostri compagni.
- Sii serio e modesto. – Hai promesso di comportarti da ardito. Ti abbiamo creduto. Basta così. È inutile far mostra della tua decisione con parenti, amici, superiori e compagni. Non si fa di una promessa così bella lo sgabello della vanità personale. Solo i fatti parleranno.
- Non sollecitare ricompense. – La più bella ricompensa è la coscienza di aver portato a termine la missione che ci è affidata. Le medaglie, gli elogi, gli onori rendono fieri chi li riceve per lo spontaneo riconoscimento di chi li giudica, non chi li sollecita o li mendica.
- Sii disciplinato. – Prima del coraggio e dell’abilità ti è richiesta la disciplina più profondamente sentita: dello spirito e del corpo. Se non saluti, se non sei educato, se non obbedisci alle piccole cose d’ogni giorno, se il servizio di caserma ti pesa e ti sembra indegno di te, se non sai adattarti a mangiar male e a dormire peggio, non fai per noi.
- Non aver fretta di operare. – Non dire a tutti che non vedi l’ora di partire. – Potrai operare solo quando il tuo cuore, il tuo cervello e il tuo corpo saranno pronti. Se sei impaziente non sei pronto. Devi imparare a conoscere perfettamente la tua arma e ad impiegarla in ogni contingenza in maniera perfetta. L’addestramento non è mai eccessivo. Devi appassionarti ad esso. Devi migliorarti ogni giorno. Solo chi ti comanda è giudice insindacabile delle tue possibilità.
- Devi avere il coraggio dei forti non quello dei disperati. – Ti sarà chiesto uno sforzo solo al di là del quale sta il successo. Per compierlo hai bisogno di tutte le tue energie fisiche e morali. La tua determinazione di riuscire ad ogni costo deve perciò nascere dal profondo del tuo cuore, espressione purissima del tuo amore per la Patria, non deve essere il gesto di un mancato o di un illuso. La tua vita militare e privata deve essere perciò onesta, semplice, serena.
- La tua vita è preziosa ma l’obiettivo è più prezioso. – Devi ricordarlo nel momento dell’azione. Ripetilo a te stesso cento volte al giorno.
- Non dare informazioni al nemico. – Non devi far catturare le armi e il materiale a te affidato. Se dopo aver operato, cadi prigioniero, ricordati che al nemico devi comunicare solo le tue generalità e il tuo grado. Ti è vietato, sul tuo onore di soldato di rivelare: (seguono alcune righe assolutamente segrete, che non è dato ancora di pubblicare). Anche se il nemico dice di sapere non confermare nulla, rispondi sempre: “Non posso rispondere”. Ricordati sempre che non devi tradire il tuo Paese ed i tuo compagni con indiscrezioni. Non parlare di cose militari e specialmente di noi e della nostra attività neanche con i compagni di prigionia: possono ingannare la tua fiducia.
- Se prigioniero sii sempre fiero di essere italiano. Sii dignitoso.
- Se cadrai mille altri ti seguiranno. Da gregario diventerai un capo, una guida, un esempio.
I compagni
Le ultime pagine contengono i nomi dei Caduti, dei dispersi, di quelli che hanno agito e sono tornati, sotto il titolo «Coloro che lo hanno dettato». Ufficiali di qualunque grado e di qualunque arma, sottufficiali, semplici soldati, non solo di Marina, ma anche infermieri, bersaglieri, granatieri, fanti, artiglieri. A tutti è aperta la porta gelosamente custodita della caserma dei mezzi d’assalto, a tutti quelli cui il fisico consente di assumere un impegno così grave, a tutti quelli che ne sono degni.
Il sottocapo cannoniere parla spesso in questo diario dei suoi compagni. Il comandante della flottiglia è un giovanotto, un sottotenente di vascello napoletano, di 25 anni, «Buono ma autoritario, è il nostro amico, noi ci confidiamo con lui, egli previene i nostri pensieri. Anche lui seguirà la nostra sorte o per meglio dire sarà lui che ci guiderà e sono sicuro che saprà guidarci dove ci sono delle navi nemiche». Chi sono gli altri suoi compagni? Ce li descrive minutamente, sebbene con poche parole, uno per uno. Gar ha quarantacinque anni, è romano, combattente dell’altra guerra, decorato di medaglia d’argento; allegro, chiassoso, chiacchierone, è quello che mette allegria a tutti, è il più vecchio e il più ragazzo. Zam, di ventotto anni, bolognese, parla poco, è gentile, ma soffre spesso di cattivo umore, forse perché la sua esuberanza urta contro la severa clausura della scuola. Poi si convince di questa necessità e si abitua come gli altri. Grill ha 26 anni, è napoletano, stranamente timido e taciturno per gente del suo paese; c’è anche un torinese, March, ed è il più matto di tutti, scavezzacollo, originale, trasandato, ma puntiglioso; Vian è il più giovane, ha 24 anni, è il suo migliore amico, lo terrà d’occhio come un fratello minore.
Un giorno mandano il sottocapo Zocchi in città per servizio con un compagno e ritornano tardi, due ore dopo l’ora della mensa. Ma gli altri non s’eran messi a tavola, li avevano aspettati. Un’altra volta il comandante li porta tutti in città con un vaporetto. «Abbiamo bevuto un ponce nel miglior bar, poi siamo andati al cinematografo, quindi a cena e infine in una pasticceria a mangiar dolci e a bere del vino buono. Noi soli, sempre insieme». I compagni e il motoscafo. Ormai gli uomini che si sono votati allo stesso rischio vivono solo della loro comunità e dello strumento che porteranno alla vittoria, tutti insieme, tutti per lo stesso destino.
In casa del nemico
Nelle lunghe conversazioni essi parlano spesso della loro sorte. «Tutti sappiamo – è detto una volta – che morremo o, nell’ipotesi migliore, finiremo prigionieri. Il nemico sarà molto irritato contro di noi, ci tratterà male, vorrà sapere, vorrà conoscere il nostro segreto. Giuriamo che non diremo mai nulla, giuriamo che dal primo momento della prigionia non faremo altro che pensare alla fuga». Sembrerebbe che di quello che li attende questi uomini preferiscano parlarne poco, e invece i loro discorsi e i loro pensieri vi si rivolgono costantemente, come del resto il pensiero va sovente alle loro case che pur rappresentano il più forte e il più dolce legame alla vita, tutto ciò che dovrebbe strapparli dal compito a cui si sono impegnati.
Il ricordo della moglie e della bambina non abbandona mai il pilota nuovo; porterà sul petto nel momento dell’attacco la loro fotografia, penserà a loro fino all’ultimo. «Non chiedo altro – scrive alla moglie in queste pagine – che tu di tanto in tanto rivolga il pensiero al tuo Nildo che ti ha sempre amato più di ogni cosa al mondo. Non ti coprire di gramaglie: per i morti per la Patria non si porta il lutto».
Le esercitazioni proseguono con intensità, con impegno, e non senza rischio. Il primo infortunio tocca a March che riporta una profonda ferita alla pianta del piede. Poi tocca anche a lui: un guasto al motore che lo lascia fermo in mezzo al mare per tutta una notte di gelo e che potrebbe costargli ben più caro se all’alba, dopo molte ore di ricerche compiute da tutti i suoi compagni, non lo trovassero rimorchiandolo alla base.
«Oggi sono venuti due ammiragli inviati dal Duce per vederci all’opera. Mi sembra un sogno che il giorno della prova sia vicino». Compiono esercitazioni collettive, salti, tuffi, lanci. Il capo dei mezzi s’avvicina d’un tratto al suo comandante e gli parla sottovoce, dopo di che chiamano lui, si proprio lui, e gli dicono di svolgere un completa azione d’attacco. Alla fine i due ammiragli gli vanno incontro, gli stringono la mano e gli dicono: «Il comandante afferma che tu sei il miglior pilota della squadriglia. Siamo anche noi del suo parere».
Il momento dell’azione è veramente vicino e il sottocapo cannoniere Leonildo Zocchi farà parte della spedizione. In un giorno di licenza a Milano saluta ancora una volta i suoi i quali credono che sia imbarcato sui mas. «Li ho trovati – scrive – abbastanza persuasi e forti». Poi la partenza per una base della Sicilia, poi gli ultimi preparativi.
«Fra due o tre giorni andremo a Malta. Il comandante dice che la missione è pericolosissima, anzi quasi impossibile, ma dovremo riuscire. Sembra una fiaba forzare il porto di Malta, eppure è una realtà, ed è una realtà che riempie il cuore di orgoglio. Il comandante sarebbe soddisfatto se di otto scafi quattro colpissero.
Ho già preparato tutta la mia roba e tra poco la consegnerò con questo quaderno ad una persona che la farà pervenire a mia moglie quando avrà la certezza della mia fine. Adelia perdonami. Insegnerai alla nostra bambina ad amare la nostra bella Italia sopra ogni cosa, come io, suo padre, farò fino al mio ultimo respiro. Ti penserò fino all’ultimo». E sotto ancora: «Ciao Deliuccia carissima, bacioni, bacioni, bacioni».
Nella notte sul 26 luglio 1941 mezzi d’assalto della nostra Marina violarono il porto di Malta e otto lampeggianti esplosioni viste dalle piccole unità che li accompagnavano indicarono che tutti avevano raggiunto l’obiettivo.
Arnaldo Cappellini
“La Sera” del 14/07/1943
Fonte USMM
Fondo Stampa e Radio
busta 41 fascicolo A
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alla lettura semplicemente un brivido….. riporto un mio scritto: “”mio padre Camillo un tempo mi raccontò che in quegli anni tutti i componenti del Gruppo Incursori, lui faceva parte della ricostituita squadriglia “Orsa Maggiore”, si sentivano come i Cavalieri del Sacro Graal, custodi dell’ideale quasi sacrale di onorare e difendere l’Italia e la Bandiera. Come per i Cavalieri Templari al centro di tutto c’era “l’obbedienza assoluta ed incondizionata ai superiori” al di là della propria vita. Come un tempo, era previsto che i Cavalieri non potessero abbandonare il campo di battaglia per nessuna ragione, pertanto l’onore del “Tempio” (l’Italia, la Bandiera, le famiglie del suo Popolo) richiedeva il sacrificio della vita, il “martirio” come momento massimo di elevazione spirituale. Così papà nei suoi racconti, pur rari, spiegava a me giovanetto che una fiamma simile albergava nei cuori di tutti quei “ragazzi del Serchio” ed io rimanevo incantato ad ascoltarlo””.
Grazie per la tua testimonianza Marino.
Un abbraccio, Mauro