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Trasportatore Secondario: Sommergibile SCIRE'
Trasportatori Primari : n° 3 S.L.C
C.te del Sommergibile: Junio Valerio BORGHESE
C.te della Missione:
Junio Valerio BORGHESE
Equipaggi S.L.C.
SLC n° 1: Ten Vasc., Luigi Duran de LA PENNE - Capo 2^ cl.
Emilio BIANCHI
SLC N° 2: Cap. A.N. Vincenzo MARTELLOTTA - 2° Capo Mario MARINO
SLC n° 3: Cap. GN Antonio MARCEGLIA - Pa Spartaco SCHERGAT
Equipaggi di riserva
Ten. DM cpl Luigi FELTRINELLI -
Pa Luciano SAVARE'
STV Med. cpl Giorgio SPACCARELLI - Sc. Pa Armando MEMOLI
Premessa
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| Luigi Durand de La Penne |
Emilio BIANCHI | Vincenzo
MARTELLOTTA |
Mario MARINO | Antonio MARCEGLIA | Spartaco SCHERGAT |
Durante i mesi di ottobre e
novembre 1941 l’attività dei mezzi d’assalto registrò un periodo di stasi
operativa. Ai primi di dicembre venne progettata l’operazione di forzamento di
Alessandria, già tentata due volte nel corso del 1940 e in entrambi i casi,
frustrata in seguito all’affondamento dei sommergibili “avvicinatori” Iride e
Gondar”. Lo studio dell’operazione fu ripreso nel novembre 1941.
Le principali difficoltà da superare nell'operazione derivavano sopratutto dai
seguenti elementi:
- necessità per il sommergibile trasportatore
di avvicinare la costa nemica di
giorno, per poter utilizzare i pochi punti di riferimento offerti dalla
costa bassa, correndo l'alea di essere avvistato dal nemico e non poter sfuggire
a causa dei bassi fondali;
- necessità per il sommergibile di non oltrepassare gli sbarramenti
difensivi, per evitare di perdersi , con conseguente necessità di far
compiere ai mezzi d'assalto un percorso assai lungo (circa 5 miglia pari
ad ore 2,5) per poter giungere all'imboccatura del porto;
- poche notizie
possedute circa le ostruzioni del porto, per quanto fosse
probabile che il nemico non avesse potuto predisporre
ostruzioni complete e pesanti, dato il fondale di appena 17 metri.
-
impossibilità quasi certa di poter recuperare gli operatori.
Nel frattempo era destinato al Comando della X^ Flottiglia MAS il Capitano di
Fregata Ernesto FORZA, che si dedicò interamente alla preparazione della nuova
impresa, ideata e studiata dal Capitano di Fregata J.V. BORGHESE.
Malgrado i
dubbi e le incertezze, del resto difficilmente eliminabili in operazioni del
genere, vi era la ferma determinazione di riuscire a violare il principale
ancoraggio della “Mediterranean Fleet”, entro il quale erano ormeggiate le
ultime due navi da battaglia dell’Ammiraglio CUNNINGHAM.
Gli operatori
prescelti, infine, rappresentavano veramente il meglio della specialità. 
Il 3 dicembre lo SCIRE’, come previsto
nell’ordine di operazione, mollò gli ormeggi a La Spezia simulando una normale
uscita e portatosi al largo, imbarcò in tutta segretezza da un pontone tre
“maiali” contraddistinti dai numeri “221 - 222 - 223”.
Il
giorno 9 lo SCIRE’ si ormeggiava a Porto Lago (I. Di Lero) per imbarcare
gli operatori e attendere l’ordine di partenza.
Il girono
11 gli operatori designati per l'azione giungono a Rodi a mezzo aereo e
il giorno 12 sono a Lero.
Il 13 dicembre il Comandante BORGHESE arrivò a bordo del
piroscafo ASMARA, sul quale erano imbarcati gli operatori, per vagliare con
questi le ultime fotografie e le più recenti informazioni pervenute.
Il 14 dicembre BORGHESE riceveva gli ordini dal
C.te FORZA di prendere il mare per dare inizio senza ulteriore indugio
all’operazione.
Il 17 dicembre il C.te FORZA, per
togliere BORGHESE dall’incertezza che poteva essere fonte di inconvenienti
gravissimi, prese la drastica decisione di inoltrare allo SCIRE’ il seguente
telegramma :” Accertata presenza in porto due navi da
battaglia. Probabile portaerei. Attaccate”.
Ricevuta la situazione,
iniziò l'avvicinamento all'obiettivo, portandosi in vista della costa nel
pomeriggio del 18.
La sera del giorno 18, dopo 16 ore di navigazione occulta,
sfuggendo alla attiva vigilanza nemica, alle ore 20 il sommergibile raggiunge il
punto stabilito a circa due mg. a Nord del porto nuovo di Alessandria, si posa
sul fondo e fa uscire gli operatori ed i mezzi d'assalto.
Il C.te BORGHESIE
assegnò agli operatori i seguenti obiettivi:
- Nave da battaglia (posto di
ormeggio 57): Luigi Duran de LA PENNE - Capo 2^
cl. Emilio
BIANCHI;
- Nave da battaglia (posto di ormeggio n° 61): Cap. GN Antonio
MARCEGLIA - Pa
Spartaco SCHERGAT;
- Portaerei o grossa petroliera:
Cap. A.N. Vincenzo MARTELLOTTA - 2° Capo
Mario MARINO
Il giorno 18 dicembre alle ore 20.47 lo Scirè in
affioramento inizia le operazioni di messa a mare dei “maiali”. A operazione
ultimata inizia la procedura di disimpegno.
Il giorno
19 dicembre alle ore 17.48 lo Scirè, dopo 39 ore di immersione torna in
superficie e punta direttamente su Lero.
Il giorno 20
dicembre alle ore 22.45 il sommergibile riceve da Supermarina il seguente
messaggio, che suscita a bordo grande entusiasmo:” Ricognizione fotografica fa
ritenere colpite due navi da battaglia”.
In qualità di capo gruppo De la
Penne, in relazione all’esperienza accumulata durante le precedenti missioni,
decide di compiere la navigazione in superficie e in formazione fino alle
ostruzioni del porto. La navigazione procede con tale calma che ad un certo
punto, come narra De la Penne nel suo rapporto:“essendo in anticipo sull’orario,
apriamo i tubi portaviveri e facciamo colazione”.
Superate le prime
ostruzioni , gli operatori scorgono alcune sentinelle che si muovono sul molo
con lampade a petrolio e vedono pure un grosso motoscafo che incrocia
silenziosamente dinanzi al molo lanciando bombe.
A questo punto un colpo di
fortuna contribuisce alla felice riuscita dell’operazione. Una formazione
composta da tre grossi cacciatorpediniere si presenta davanti al porto,
l’ostruzione retale viene aperta e i tre equipaggi ne possono approfittare.
Nella inevitabile confusione verificatasi , i tre equipaggi si perdono di vista.
Da questo momento le azioni di De la Penne, Marceglia e Martellotta daranno vita
a tre distinti episodi.
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DE LA
PENNE - BIANCHI:
Appena dentro il porto, la coppia De la
Penne-Bianchi si aggira fra le navi francesi internate ad Alessandria fin
dal luglio 1940, ma alla fine non gli è difficile individuare l’imponente mole
del bersaglio ormeggiato nel punto previsto.
Superata l’ostruzione retale che
cinge la corazzata, De la Penne manovra agevolmente il “maiale” , il quale urta
contro lo scafo della nave e precipita sul fondo; si riporta in superficie,
controlla la sua posizione rispetto alla nave, ridiscende per mettere in moto
l’apparecchio e si accorge con stupore che Bianchi è scomparso.
Egli sa
benissimo che la carena della corazzata è vicinissima e decide , tendendo tutte
le sue forze, di trascinare il mezzo fin sotto il bersaglio. Guidato dai
rumori delle pompe , dopo sforzi oltre ogni limite, urta con la testa
contro lo scafo, esegue un’ispezione sotto lo scafo per verificare l’esistenza
di alette di rollio. Verificatone la mancanza decide, data l’ottima posizione di
spolettare onde evitare che una eventuale bomba possa impedire di portare a
termine la missione, quindi appesantisce l’apparecchio e si porta in superficie.
Va sottobordo e si dirige sulla boa di prua: lì trova Bianchi, che lo informa di
essere svenuto ed essersi quindi ripreso in superficie, che l’apparecchio
è a posto e che le spolette sono in moto.
Sono circa le ore 03.30 quando
si avvicina un motoscafo con due persone
che gli intimano di alzare le mani e
salire a bordo, vengono portati sotto bordo della corazzata e fatti salire per
il barcarizzo di poppa: a bordo è tutto calmo. Un ufficiale gli domanda chi sono
e da dove vengono. Dopo essere stati portati a terra per l’interrogatorio,
vengono riportati a bordo della nave e chiusi in una cala di prora.
Dai
nastrini dei marinai hanno constatato che sono sulla corazzata Valiant. Quando
mancano 10 minuti all’esplosione, De la Penne chiede di parlare con il
Comandante e gli dice che non vi è più nulla da fare e che, se vuole , è ancora
in tempo per mettere in salvo l’equipaggio.
Viene nuovamente rinchiuso nella cala, passano alcuni minuti ed avviene
l’esplosione: la nave ha una fortissima scossa, sbanda sulla sinistra. De la
Penne , causa l’esplosione, trova il portello del locale aperto e si avvia verso
poppa, dove vi è ancora gran parte dell’equipaggio.
La nave è sbandata di
circa 4 o 5 gradi ed è ferma. Da un orologio vede che sono le 06 e 15 , si mette
a guardare la Queen Elizabeth
, che si trova a circa 500 metri. Passano pochi minuti e anche
la Quenn Elizabeth salta in aria: si solleva di pochi centimetri dall’acqua e
dal fumaiolo escono pezzi di ferro e altri oggetti.
Dopo circa 15 minuti De
la Penne viene riportato in quadrato e qui si ritrova con Bianchi;verso sera
vengono imbarcati su una camionetta e portati in un campo di prigionieri vicino
ad Alessandria.
MARCEGLIA -
SCHERGAT
Al pari di De la Penne, Marceglia corse il serio pericolo di
essere investito da una silurante che gli defilò di prora ad una distanza di 15
metri circa, ma seppe ugualmente approfittare della favorevole occasione per
penetrare nel porto. Una volta all’interno dirige immediatamente sulla sua
destra alla ricerca del bersaglio e non incontra grandi difficoltà per
individuare al suo posto di ormeggio la corazzata Queen Elizabeth, cinta
anch’essa da uno sbarramento retale parasiluri.
Marceglia e Shergat
fiancheggiano la rete parasiluri e dirigono verso la prora della nave, alla
ricerca del varco. Poco dopo l’ostruzione è felicemente superata e Marceglia si
porta sul lato dritto della nave.
Unico segno di vita a bordo dell’ammiraglia
di Cunningham è la brace della sigaretta di una sentinella che passeggia sul
ponte.
Sono circa le ore 03.00 e la coppia di operatori si immerge a una
distanza dal bersaglio di circa 30-40 metri in corrispondenza del fumaiolo. Il
“maiale” tocca il fondo , Marceglia dirige sotto la chiglia della nave, fino a
trovare il punto più vulnerabile. Aiutato dal secondo operatore, collega le due
alette di rollio con una cima, al centro della quale appende la carica esplosiva
del suo “maiale”. L’operazione è ultimata alle 03.25, Marceglia ritorna
all’apparecchio, allaga la cassa di emersione e si stacca dalla nave. Nel
frattempo le condizioni del suo secondo uomo si son fatte quanto mai precarie,
dà aria alla cassa di emersione e riprende la navigazione con rotta inversa a
quella di avvicinamento.
I due operatori dirigono quindi verso il punto di
atterraggio previsto, da una certa distanza da terra mettono in moto
l’autodistruttore del “maiale” e si allontanano a nuoto.
Alle ore 04.30
raggiungono la terra ferma e, dopo essersi liberati degli autorespiratori e dei
vestiti, riescono ad uscire dalla zona portuale spacciandosi per marinai
francesi delle navi internate ad Alessandria.
I due operatori riusciranno
a raggiungere il punto previsto per il pernottamento a sfuggire ai vari
controlli di polizia. Ma, nel pomeriggio del 20 dicembre , la loro
avventura ha comunque termine: furono fermati da una pattuglia di
polizia costiera egiziana e consegnati alle autorità della Marina Inglese.
Alle 06.25 la Queen Elizabeth, scossa da una esplosione sorda, si sollevò
sull’acqua e poi ricadde, squarciata in chiglia. L’Ammiraglio Cunningham fu
letteralmente sbalzato a mezz’aria insieme con il suo stato maggiore, mentre era
in stato di comprensibile apprensione già da alcuni minuti , dopo l’esplosione
avvenuta precedentemente sotto la Valiant.
MARTELLOTTA -
MARINO:
La terza coppia di operatori aveva ricevuto l’ordine dal C.te
Borghese di attaccare una grossa petroliera carica e di disporre nelle immediate
vicinanze di essa quattro bombe incendiarie. L’intenzione era di trasformare
l’intero porto di Alessandria in un mare di fiamme, con la distruzione delle
navi presenti e di tutte le installazioni della base navale.
Tuttavia
Martellotta aveva chiesto a Borghese di attaccare una nave da guerra e questi
gli aveva assegnato come primo obiettivo la nave portaerei che si riteneva
ormeggiata ad Alessandria, insieme alle due corazzate.
Anche Martellotta ebbe
il suo da fare per non essere investito dai cacciatorpediniere inglesi, quando
si mise nella loro scia per entrare in porto. Appena dentro, la terza coppia di
operatori si inoltra nella base nemica alla ricerca della portaerei nei due
posti di ormeggio consueti, ma la ricerca risulta vana. Rimasto senza obiettivo,
Martellotta si aggira per il porto alla ricerca di una petroliera da far
saltare, secondo le istruzioni ricevute, finché l’avvistamento di una sagoma di
nave da guerra molto imponente non lo induce a contravvenire all’ordine
ricevuto.
Aiutato dal suo secondo uomo, egli comincia a sistemare la carica
di esplosivo sotto la nave. Ma, durante una breve schiarita, si rende conto che
non si trova in presenza di una nave da battaglia, bensì di un incrociatore.
Decide quindi di rinunciare, anche se a malincuore, all’attacco, per dirigersi
verso la zona delle petroliere, dove mette l’occhio sulla più grossa, valutabile
sulle 16.000 tonn..
Si porta a poppa e ordina a Marino di recarsi sotto la
nave.
Sono le 02.25 quando Marino sta per trascinare la carica lungo la
cima di collegamento. Ultimate le operazioni di aggancio della carica e fissate
le spolette con una scadenza di tre ore, Martellotta e Marino si allontanano
verso il molo carboni. Affondano quindi il “maiale” con le spolette
dell’autodistruttore in moto; raggiungono a nuoto la banchina, si tolgono
le mute e tentano di uscire dal porto per entrare in città.
Ad una barriera sono fermati e arrestati
da alcune guardie di dogana e da agenti della polizia egiziana, i quali chiamano
dei militari inglesi che ne pretendono e, dopo alcune discussioni ne ottengono
la consegna.
Poco dopo le 05.54 si sentì una forte esplosione che fece
tremare tutto il caseggiato: la carica collocata da Martellotta e Marino sotto
la petroliera esplose, iniziando la successione delle deflagrazioni all’interno
del porto di Alessandria.
Lo stesso Cunningham nelle sue “memorie” ricorda:” Poco prima delle
06.00, mentre ero a
poppa della Queen
Elizabeth, vi fu una violenta esplosione a poppa della cisterna Sagoma, ormeggiata vicino alla Queen Elizabeth e con il Jervis (cacciatorpediniere) affiancato.
Tanto la cisterna quanto il cacciatorpediniere furono danneggiati: la Sagoma
ebbe una falla a poppa e il timone e le eliche danneggiati; il Jervis dovette
restare in bacino per un mese”.

